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Bond a ruba e rendimenti giù la “metamorfosi” dei Piigs riporta l’ottimismo sui mercati

MILANO — I brutti anatroccoli d’Europa, dopo tre anni da incubo, sembrano aver deciso all’improvviso di trasformarsi in cigni. La prudenza di Mario Draghi («occhio, la crisi non è ancora alle spalle», ripete come un mantra il numero uno della Bce) non ha fermato la metamorfosi. Dodici mesi fa Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia erano lo zimbello dei mercati finanziari. Tartassate dalle agenzie di rating e abbandonate come malati contagiosi dagli investitori mondiali. Oggi il mondo si è capovolto. Il loro pil arranca ancora, le riforme imposte dalla Troika in cambio di 530 miliardi di aiuti procedono a ritmi da moviola. Ma non importa. Tutti, all’improvviso, sono tornati a vedere rosa e si sono re-innamorati dei Piigs.
La finanza, si sa, è irrazionale e volubile.
La resurrezione delle cinque pecore nere del Vecchio continente è però sorprendente e clamorosa nei numeri. La Spagna — che poco tempo fa sembrava sull’orlo del crac e doveva pagare interessi del 6% sui suoi bond decennali — è già riuscita a sfruttare il clima positivo e a piazzare sul mercato in dieci giorni il 9% dei titoli di Stato in emissione per tutto il 2013. Un miracolo, anche perché ha spuntato tassi inferiori quasi dell’1% rispetto a quelli di novembre. Non solo: la domanda è stata più che doppia rispetto all’offerta della Moncloa.
L’Italia ha fatto ancora meglio: all’ultima asta dei Bot, il Tesoro ha garantito un rendimento medio dello 0,86%, il minimo dal 2010. A stupire non sono tanto i sei decimi di punto in meno rispetto a fine 2012 quanto il drammatico recupero rispetto a dodici mesi prima: a dicembre 2011, via XX settembre aveva dovuto pagare un tasso del 6,5% per riuscire a piazzare i suoi Bot sul mercato. Come dire che sugli 8,5 miliardi collocati la scorsa settimana, i contribuenti italiani hanno “risparmiato” quasi 400 milioni di interessi. Mica male.
Il vento, insomma, è girato. E chi ha cavalcato l’onda al momento giusto è uscito con le tasche piene. Prendiamo Grecia e Portogallo, due dei malati più gravi d’Europa. Chi ha puntato mille euro un anno fa sul titolo decennale di Atene — sfidando le Cassandre che prevedevano l’addio alla moneta unica e il ritorno alla dracma — festeggia oggi un guadagno del 270% e se ne ritrova in tasca 3.700. I temerari che nel gennaio 2012 hanno creduto in Lisbona quando tutti vedevano nero per l’economia lusitana hanno raddoppiato il loro investimento. Ritorni quasi da hedge fund.
Nessuno come ovvio si illude troppo. Una rondine non fa primavera e i mercati sono in grado di cambiare umore (e direzione) in pochi giorni. E i neo-cigni rischiano in ogni momento di regredire allo stato di brutti anatroccoli. Gli ottimisti però si aggrappano ad alcune certezze: la discesa degli spread e il calo degli interessi sul debito, tanto per cominciare, sono già da soli carburante per il risanamento. E in acquisto nelle ultime settimane si sono visti anche gli stranieri: da settembre a oggi gli investitori esteri hanno fatto acquisti netti di titoli di Stato italiani per 80 miliardi circa, riportando – secondo indiscrezioni de Il Sole 24 Ore – dal 27% al 33% la quota del nostro debito parcheggiata nei loro portafogli. Siamo lontani dal 40-45% di pochi anni fa, ma chi si accontenta gode.
Segnali positivi arrivano in particolare da Irlanda e Portogallo. Dublino potrebbe chiudere il 2013 con un segno positivo davanti al Pil e secondo molti sarebbe pronta a tornare sul mercato con emissioni a lungo termine. Lisbona pare avviata pure lei sulla strada giusta.
Draghi, come è giusto per il numero uno della Bce, è molto più pragmatico. La Grecia, malgrado tutti i suoi sforzi, non è ancora salva e il governo di unità nazionale di Atene è puntellato da una maggioranza esigua e traballante. La disoccupazione sotto il Partenone viaggia al 26%, pochi decimali più di Madrid dove per l’ennesima volta il governo di Mariano Rajoy ha mancato l’obiettivo deficit/ pil e fatica a mettere in sicurezza le banche. L’Italia, che già ha le sue belle gatte da pelare in virtù di un debito pubblico a quota 2.020 miliardi, ha davanti pure l’incognita delle elezioni. E di crescita, per ora, non se ne parla. La strada per il risanamento, lo dice Draghi e nessuno ne dubita, è ancora lunga e accidentata. Ma almeno, complice il rilancio dei Piigs, è un po’ meno in salita di prima.

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