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Bologna supera Milano, Roma lontana. La corsa delle città per essere «smart»

Cresce, anche se lentamente, il livello di intelligenza urbana in Italia. Lo afferma il rapporto Smart city index 2016, elaborato da EY (Ernst & Young) e costruito, a partire dai 116 comuni capoluogo delle (ex) province, prendendo in considerazione oltre 400 nuovi indicatori. Che funzionano da segnali di come le città dialogano con i cittadini e offrono servizi grazie al digitale. Il risultato vede Bologna sul gradino più alto, seguita da Milano, che ha sfruttato l’effetto Expo, poi Torino. Tra le aree metropolitane, Roma scende al nono posto (era quarta nell’edizione precedente dell’Index 2014), dopo c’è Firenze in calo di quattro posizioni. In generale, l’Emilia Romagna si distingue nella diffusione dei servizi di smart government con piattaforme di pagamento online e anagrafe digitale. Piuttosto lontano il sud: le sue città finiscono per occupare gli ultimi posti (Sanluri, Enna, Agrigento), anche se Tortolì e Iglesias vanno sul podio per le isole ecologiche smart.

Quale immagine dell’Italia esce dall’Index? «La vera novità», risponde Andrea d’Acunto, partner di EY che ha coordinato il team della ricerca, «sono le piccole realtà con meno di 80 mila abitanti, molto attive, che oggi fungono da traino verso l’innovazione».

Il rapporto della società di consulenza ha messo sotto la lente indicatori come la copertura di banda larga, il wi-fi urbano analizzando il numero di hot-spot presenti, l’illuminazione pubblica con i pali della luce che regolano il flusso luminoso. E poi, sensori ai parcheggi, attività di car e bike sharing oltre a tutti i servizi online dall’iscrizione alle scuole fino al pagamento dei tributi.

Un’ampia fotografia, che troverà spazio nel nuovo numero di Corriere Innovazione (in edicola domani con il Corriere della Sera ) dedicato ai temi della crescita. Economica, digitale, sociale e delle connessioni che ci portano nel futuro. Ci saranno interviste esclusive, come quella a Paolo Barberis, consigliere di Matteo Renzi per l’innovazione che svela i piani del governo nei prossimi mesi e dà consigli ai giovani startupper; poi un viaggio nei tre “luoghi” in cui si aiutano le giovani società a crescere: gli incubatori universitari, che ospitano spin off e nuovi progetti, quelli privati che garantiscono anche finanziamenti iniziali, i venture capital (finalmente anche stranieri) che iniziano a scommettere sulla nuova generazione di imprenditori italiani. Senza contare i reportage realizzati, dalla California al Canada, attraverso i luoghi dell’innovazione mondiale. Come pure, per restare in Italia, le storie di startupper caparbi che in Puglia o in Trentino sono stati capaci di crescere malgrado tutto in questi anni, battendo la crisi e la concorrenza internazionale nei rispettivi settori, dall’aerospaziale al biotech.

Nonostante che, racconta in un’analisi Dario Di Vico, solo una parte delle nostre pmi sia in grado di esportare i prodotti all’estero con continuità. La grande maggioranza lo fa saltuariamente. Colpa anche di un rapporto con le banche di territorio e il mondo del credito che, negli anni della Grande Crisi, non ha aiutato le imprese nella loro crescita. Anche da qui bisognerà ripartire. Per crescere.

Fabio Sottocornola

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