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Bollette, l’idea di estendere il bonus Vertice Draghi-Cingolani-Franco

Nell’ultimo anno di normalità pre-Covid gli italiani hanno versato 52,5 miliardi di euro per le loro bollette elettriche, secondo l’autorità di settore Arera. Si è trattato di una spesa a carico di famiglie e imprese pari al 3% del prodotto interno lordo, nel 2019. Di questa somma, circa metà è dovuta al puro e semplice prezzo della materia prima energetica; ci sono poi oneri legati ai costi commerciali e di distribuzione, quindi il peso delle imposte indirette, mentre l’ultimo 20% del costo della bolletta di solito è rappresentato dai cosiddetti «oneri di sistema».

L’anno scorso poi addirittura quasi un terzo del costo dell’elettricità sostenuto dagli italiani, 14,2 miliardi, sono stati destinati a finanziare in gran parte queste attività pubbliche — appunto «di sistema» — estranee ai consumi necessari per illuminare le case o far funzionare i macchinari aziendali. I sussidi alle fonti rinnovabili nel 2020 sono costati ai consumatori 12 miliardi e i contributi diretti principalmente alla gestione delle vecchie centrali nucleari dismesse altri due. Questi sono costi di natura fiscale — pari quasi all’1% del Pil — eppure in Italia oggi una persona con due milioni di euro di reddito l’anno li sostiene in proporzione esattamente pari a un’altra persona che ne guadagna 15 mila.

Già solo questa struttura della bolletta elettrica lascia capire quali siano le opzioni possibili — e quelle precluse — ora che il governo cerca di ammorbidire l’impatto in bolletta degli aumenti dell’energia. Se i rialzi fossero pari a quelli che teme il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani e nell’ipotesi (incerta) che durino un anno, graverebbero sulle bollette elettriche degli italiani per quasi 16 miliardi di euro in più rispetto al 2019. Senza contare gli aumenti legati al consumo diretto di gas nelle case e nelle imprese. Il colpo sulla ripresa sarebbe durissimo.

Naturalmente queste sono solo ipotesi, senz’altro imprecise. Forse eccessive. Ma gli ordini di grandezza lasciano capire perché il governo abbia bisogno di tempo, prima di mettere a punto misure di protezione per i consumatori. È già chiaro infatti che qualunque iniziativa potrà mitigare un po’ gli effetti dei rincari per parte della popolazione. Di sicuro però non è in grado di annullarli, anche perché i provvedimenti da tre miliardi di cui si è parlato informalmente fin qui sembrano oggi insufficienti.

La complessità del quadro avrà senz’altro pesato sulla riunione che ieri nella mattina il premier Mario Draghi ha avuto con Cingolani e il ministro dell’Economia Daniele Franco. Il titolare della Transizione ha studiato bene il modello già attuato a Madrid: in Spagna è scattata una riduzione per sei mesi dei «profitti eccessivi» di cui stanno beneficiando le centrali elettriche che non emettono C02 (quelle nucleari in uscita di scena nel 2035, le idroelettriche e alcuni parchi eolici); questo taglio sui loro extra-profitti dovrebbe far recuperare 2,6 miliardi entro il marzo del 2022, da girare ai ceti più vulnerabili.

Anche in Italia i produttori di energia rinnovabile — già sussidiati dalle bollette — stanno registrando fortissimi profitti proprio perché vendono in asta ai prezzi, oggi molto più alti, dell’elettricità di fonte termica. Il ministro Franco sembra invece propenso a un pacchetto più composito: in parte portando alcuni «oneri di sistema» nella fiscalità generale (dove sarebbero distribuiti in modo più socialmente equo); in parte forse riducendo l’Iva sull’elettricità, anche se il beneficio per le imprese sarebbe molto ridotto; e in parte allargando il bonus elettrico, un aiuto che oggi esiste per le famiglie numerose con redditi fino a 20 mila euro.

Di sicuro il dosaggio prenderà forma nei prossimi giorni, finanziato forse per 2,5 miliardi dalle aste con cui le imprese inquinatrici comprano i diritti di emissione di CO2. Anche da quest’ultimo dettaglio è chiaro però che la transizione energetica impatterà al rialzo sull’inflazione e ha dei costi molto reali. Il conflitto per come distribuirli in Italia — fra chi ha e chi non ha, fra piccole e grandi imprese, fra aziende di Stato e governo — non fa che cominciare.

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