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Bollette e tasse locali soffocano le Pmi

Non bastava la crisi. Le imprese stanno già fronteggiando gli effetti della congiuntura, ma non è l’unico ostacolo che dovranno superare. Da qui alla fine dell’anno il conto in termini di tariffe e imposte sui fabbricati sarà molto più alto rispetto all’anno scorso. In media un aumento del 15%, che in certi casi arriverà anche al 18 per cento.
Le elaborazioni del Sole 24 Ore del Lunedì e di Ref ricerche-Unioncamere Indis, per quanto riguarda la parte tariffaria, testimoniano come quest’anno per tantissime Pmi servirà un extra-budget per coprire i costi legati alla produzione: in termini monetari, può significare anche 15mila euro in più. Gli esempi riportati in questa pagina prendono in esame quattro tipologie di Pmi, differenziate per attività economica, dimensioni e costi per energia e servizi. Quattro piccole aziende molto simili alla miriade di realtà che rappresentano l’asse portante dell’economia italiana.
«Negli ultimi dieci anni le tariffe dei servizi pubblici locali sono aumentate considerevolmente. Anche le differenze si sono accresciute influenzando pesantemente la competitività», spiega Donato Berardi di Ref. Quella che matura nel 2012, quindi, è una stangata che ha radici lontane. E che – al di là delle medie – presenta forti divaricazioni territoriali. Un esempio? Secondo il l’ultimo rapporto sulle tariffe dei servizi pubblici locali di Unioncamere-Indis e Ref, un ristorante che consuma 1.800 metri cubi d’acqua all’anno può spendere da 1.352 a 8.307 euro, a seconda della città.
La componente principale dei rincari dipende quasi sempre da un’impennata della bolletta elettrica – a consumi invariati – e dall’Imu, più penalizzante rispetto alla vecchia Ici: sia per l’aumento dei moltiplicatori da applicare alla rendita catastale, sia per la nuova aliquota dello 0,76% (livello base considerato negli esempi). Con il paradosso che un immobile di proprietà dell’impresa può diventare un peso ulteriore sui bilanci, non solo per la patrimoniale ma anche per i costi di gestione, rispetto a uno preso in locazione.
Tanto per capire l’ordine di grandezze, un parrucchiere che ha un piccolo salone (70 metri quadrati con una rendita catastale poco al di sotto dei 3mila euro) pagherà 1.269 euro solo di imposta municipale, che significa oltre il 75% in più di quanto gli costava l’Ici nel 2011. In pratica, i più piccoli subiranno il rincaro maggiore sotto questo fronte. Questo non vuol dire certo che al crescere delle dimensioni d’impresa non si avvertano i “ritocchi” imposti dal decreto salva-Italia di dicembre: un albergo di mille metri quadrati e un caseificio di 3mila dovranno comunque mettere in preventivo un 30% in più solo per questa voce.
In prospettiva, c’è anche l’incognita di un aumento del prelievo sui fabbricati produttivi, dato che molti sindaci hanno già alzato – o alzeranno da qui al 30 settembre – l’aliquota standard. Senza dimenticare l’onda lunga della tassazione sui rifiuti. «La nuova Tares che entrerà in vigore nel 2013 imporrà la copertura integrale dei costi del servizio con il gettito del tributo, e comporterà un aggravio maggiore per i circa 6.900 Comuni oggi a regime Tarsu, per lo più piccoli e medi centri del Mezzogiorno», commenta Andrea Sammarco di Indis.
Se di fronte alla variabile fiscale le Pmi possono poco, le cose non sono sempre più facili quando si tratta maneggiare tariffe e offerte commerciali. Osserva ancora Berardi: «La principale criticità è la poca trasparenza sui corrispettivi e sul modo in cui sono determinati. Non di rado per le imprese più piccole è difficile orientarsi tra le opportunità di sconti che richiedono però diversi comportamenti produttivi e gestionali».
Insomma, i nodi delle riforme mancate stanno venendo al pettine tutti insieme. E i soggetti più in difficoltà sono quelli meno strutturati: contro il caro-tariffe, lavorare un’ora in più al giorno non è la soluzione. A maggior ragione in una fase difficile per l’economia, con la propensione ai consumi in lenta ma inesorabile discesa.

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