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Bocciatura in Senato, mediazione in archivio

Le speranze di sopravvivenza della conciliazione sono morte ieri mattina. Al Senato, l’emendamento che puntava a reintrodurre l’obbligatorietà del tentativo di mediazione al decreto legge sviluppo è stato giudicato inammissibile. Del resto, l’aveva lasciato capire lo stesso presidente del Senato, Renato Schifani, nel suo intervento di sabato scorso al congresso nazionale dell’avvocatura di Bari. Un intervento fatto, come da ammissione del medesimo Schifani, «da collega a collega».
Con la decisione di ieri mattina la strada della conciliazione nel nostro Paese si fa assai impervia. Si attendono ancora le motivazioni per le quali la Corte costituzionale ha bocciato la disciplina attuale sotto il profilo dell’obbligatorietà a causa dell’eccesso di delega. Dalla loro lettura si potrà trarre forse qualche indicazione utile. Ma saranno indicazioni utili soprattutto per la prossima legislatura. In questa, passato il treno del decreto Sviluppo, le possibilità di nuove correzioni sono praticamente azzerate.
Il ministero della Giustizia
Il ministero della Giustizia, nella vicenda, ha preferito non prendere una posizione chiara, trincerandosi dietro la perdurante assenza delle motivazioni delle Corte costituzionale; in Senato, invece, si è assistito, sin dai giorni successivi all’annuncio della decisione della Consulta a tentativi, prima abbastanza abborracciati, poi un po’ più sofisticati, di arginare il verdetto costituzionale. In un primo momento sempre in veste di emendamenti al decreto Sviluppo, era stata presentata la proposta di una conferma dell’obbligatorietà della conciliazione con un orizzonte temporale più limitato, fissandola al 2017; successivamente, ma è cronaca di questa settimana, è stata presentata lunedì mattina una nuova proposta assai più articolata con un orizzonte temporale ancora più circoscritto (2015), il contenimento dei costi, la riduzione dei tempi, l’istituzione di un incontro filtro, la riduzione delle materie escludendo quelle più tecniche, contenuti in parte anche in linea con la mozione votata dal Congresso forense di Bari. Nulla di fatto però. Il fuoco di sbarramento si è rivelato efficace e l’emendamento non è stato neppure posto al voto dei senatori. Così si chiude (per ora?) una vicenda che aveva avuto inizio sotto il governo Berlusconi, il quale, con ministro della Giustizia Angelino Alfano, introdusse la conciliazione come condizione di procedibilità nel processo civile per alcune tipologie di controversie a elevata consistenza numerica. L’obiettivo era doppio: da una parte un salto di qualità culturale con la diffusione di una cultura della mediazione, dall’altra, più prosaicamente, il taglio del contenzioso in via preventiva prima dell’approdo davanti ai giudici.
Da subito però, la conciliazione è stata ferocemente osteggiata dall’avvocatura, che ne ha lamentato l’assoluta anomalia nel panorama europeo con obbligatorietà e costi senza paragoni. Di certo la novità ha provocato il proliferare di quasi 1.000 enti di conciliazione iscritti nel registro del ministero della Giustizia (che ha sua volta non si è distinto per l’incisività dei controlli).
La normativa, anche quella applicativa, ha poi rivelato alcune carenze di base, per esempio sul fronte delle contromisure rispetto alle parti che neppure si presentano al tentativo di conciliazione. Risultato? I numeri non sono stati esaltanti, certo al di sotto delle aspettative. Di sicuro però le potenzialità dell’istituto andavano ancora messe alla prova, soprattutto dopo il debutto dal marzo delle due materie chiave: condominio e risarcimenti danni da incidenti stradali. Poi sono arrivati i rinvii alla Corte costituzione, mentre anche la Corte di giustizia europea dovrà a breve pronunciarsi sulla coerenza della nostra disciplina rispetto alle direttive comunitarie.
Niente soluzione ponte
Il tentativo di evitare una fase di blocco assoluta dell’istituto con una soluzione ponte e a tempo limitato sono naufragati ieri. Adesso l’avvocatura esulta, con l’Oua che invita il ministro Severino ad aprire un tavolo di confronto su una diversa forma di mediazione, facoltativa e non onerosa, mentre l’Anf, a proposito degli emendamenti, parla di forzatura inaccettabile per fortuna evitata e si unisce all’Oua nella richiesta di un confronto con il ministro.

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