Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Boccia “Il governo sblocchi 60 miliardi per le infrastrutture”

ROMA — Vincenzo Boccia ha appena visto le immagini dell’ennesima, drammatica giornata di un’Italia messa in ginocchio dal maltempo. Dalle sue fragilità infrastrutturali. E parte da qui per ragionare su una crisi economica e sociale infinita. «Con la Germania in difficoltà, l’economia del Nord che rallenta e il Sud in recessione, chiediamo un’operazione anticiclica infrastrutturale che vale oltre 60 miliardi di risorse, tutte già stanziate. Serve avviare le opere, creare occupazione, collegare territori, includere persone. È la grande priorità del Paese da affrontare con un cronoprogramma chiaro e snellendo le procedure. Basta con i tempi biblici per aprire i cantieri ».
L’Italia non soffre solo un’emergenza congiunturale, e il caso Ilva lo dimostra. Come giudica l’impostazione del premier Conte sulla trattativa con ArcelorMittal?
«Un recupero di buonsenso e un ritorno al realismo, avendo aperto con l’azienda un confronto a tutto campo nella chiara linea guida dell’interesse generale del Paese».
Il possibile coinvolgimento di aziende (e risorse) pubbliche può risolvere la crisi?
«Non amiamo sotto il profilo culturale il coinvolgimento di aziende e risorse pubbliche. Ma è evidente che stiamo parlando di uno dei comparti fondamentali dell’industria italiana. Era molto meglio evitare questa crisi, ma a questo punto credo che nel confronto serrato tra le parti si possa adattare il piano industriale, utilizzare gli ammortizzatori sociali vista la congiuntura del mercato dell’acciaio, e mantenere la mission di realizzare l’acciaieria più sostenibile del mondo in termini ambientali, sociali e economici».
Il governo paga i fragili equilibri di maggioranza o si tratta di una nuova dimostrazione della assenza di una vera politica industriale?
«Dovremmo recuperare quello che ormai è oggetto di distrazione della politica: il lavoro. Tornare ai fondamentali del Paese. Italia Repubblica fondata sul lavoro, fattore di coesione. Prim’ancora che da una visione di politica economica che metta al centro l’industria, occorrerebbe capire in anticipo quali saranno gli effetti sulla società e sull’economia reale delle decisioni che si prendono».
L’apertura dei Mittal è un mea culpa della multinazionale?
«La dietrologia non ha senso. Con l’eliminazione dello scudo penale abbiamo creato le precondizioni di quanto è accaduto. Di nuovo si sono sottovalutati gli effetti sulla società e sull’economia reale di approcci dogmatici e ideologici che nulla hanno a che vedere con la capacità di governo del Paese».
Le multinazionali fuggono dall’Italia per le norme, la politica e le infrastrutture. Non è un alibi?
«Esistono tante emergenze da governare. Ma non possiamo concentrarci solo su di esse. Le domande che dovremmo farci sono: perché il Paese non è più attrattivo, come dobbiamo fare perché torni a esserlo e come rendere competitiva l’industria nazionale. Quell’industria grazie che esporta per 450 miliardi e che crea ricchezza in un Paese senza materie prime e risorse energetiche».
Come giudica il comportamento dei sindacati sulle crisi industriali?
«Di grande responsabilità. C’è un grido di allarme che lanciamo insieme, a partire dal Patto della Fabbrica: uscire dalla tattica e dal “presentismo”, da una perenne campagna elettorale, ed entrare nelle questioni. Con una visione di medio termine che aumenti l’occupazione e includa i giovani».
Perché l’imprenditoria italiana non ha fatto un passo avanti per Ilva? Mancanza di coraggio?
«No. In ambedue le cordate della gara del 2017 c’erano anche imprese italiane. Ma oggi abbiamo un investitore che non dobbiamo far scappare. Le operazioni muscolari non fanno bene a nessuno. La politica si misura dai risultati e non dai titoli sui giornali. E quanto a coraggio, ricordiamoci che siamo la seconda manifattura d’Europa nonostante i deficit di competitività Paese».
Negli anni della gestione privata dell’Ilva l’azienda è stata depauperata, non crede?
«La crisi Ilva ha tante responsabilità.
Tutto viene da molto lontano. Oggi dobbiamo evitare di scaricare le colpe sul passato per concentrarci, invece, sulle soluzioni per il futuro. A ciascuno il proprio ruolo: alla magistratura l’individuazione delle responsabilità, alla politica la ricerca delle soluzioni strutturali».
Perché, a differenza di altri Paesi europei, industria e ambiente non riescono a convivere?
«Perché cerchiamo di semplificare cose complesse, rifiutando i percorsi di transizione. Volendo tutto e subito per captare consenso immediato. Il mondo c’insegna che è possibile coniugare ambiente, crescita, interesse generale. In questo Paese a volte si perde il senso del limite. La politica non è un gioco e occorre stare molto attenti perché il cambiamento non si trasformi in cambiamento in peggio».
Alitalia è il remake di un film.
Forse è il caso di rinunciare ad una compagnia di bandiera…
«Crediamo sia giusto insistere su un piano industriale credibile che sistemi in modo definitivo l’Alitalia, senza creare vincoli. C’è bisogno di una ristrutturazione della compagnia per consentirle di essere competitiva sul mercato. Solo così eviteremo di affidarci all’ennesimo prestito ponte a fondo perduto e pagato dalla collettività».
Come valuta la legge di Bilancio?
«Siamo critici su un impianto che va ad incidere sui fattori di produzione — plastic tax, sugar tax, auto aziendali — , ma apprezziamo il metodo di confronto di Gualtieri e Patuanelli.
Confidiamo in un passo indietro su questi provvedimenti per costruire un percorso di transizione che faccia dell’Italia una punta avanzata».
Dal mondo delle imprese si sono alzate critiche all’ampliamento dei casi di confisca per reati tributari.
«Se applicata in via cautelare in assenza di sentenza di condanna, la confisca può avere effetti distruttivi sulle imprese. Premesso che l’evasione va sempre combattuta con rigore, questa tendenza crea ansietà nel mondo dell’economia e il venir meno della certezza del diritto. Gli imprenditori vivono di reputazione e un errore in fase preliminare delle indagini rischia di rovinare in via definitiva e strutturale l’azienda e i lavoratori».

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Quota 100 non è solo la misura pensionistica del governo Conte 1. È anche il numero di miliardi ch...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Dieci giorni per tener fede agli accordi del 14 luglio. Se entro il 10 ottobre non si chiuderà la p...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La Bce potrebbe far cadere il suo tabù più grande: consentire all’inflazione di salire temporane...

Oggi sulla stampa