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Il blocco dei licenziamenti?

Da poco prima che esplodesse l’emergenza in febbraio, fino al punto più basso della recessione a fine giugno, in Italia sono spariti 598 mila posti di lavoro. Era inevitabile, con un calo dell’attività economica di oltre il 17% rispetto ai livelli di un anno fa. Ma la promessa del governo di preservare l’occupazione si era basata dall’inizio su una strategia su due binari: cassa integrazione per tutti i tipi di imprese, con un utilizzo che nei primi sei mesi del 2020 è stato superiore di quasi dieci volte allo stesso periodo di un anno fa; e il blocco dei licenziamenti più rigido che si sia visto in tutta Europa.

Dopo sei mesi, è tempo di un bilancio per vedere se questa strategia abbia funzionato e chi ne siano stati i vincenti o i perdenti. Se l’obiettivo era preservare i rapporti di lavoro, in parte ha funzionato; lo ha fatto, almeno, in confronto a un paese dove non è stato fatto niente di simile come gli Stati Uniti. Lo U.S. Bureau of Labour Statistics mostra che il numero degli occupati in America è crollato dell’8,7% fra marzo e giugno, mentre l’Istat fa vedere che in Italia il calo fra febbraio e giugno è stato del 2,57%. Il nostro Paese ha preservato una proporzione maggiore di posti, pur subendo una recessione più violenta. La cassa integrazione e il blocco dei licenziamenti in questo hanno avuto l’effetto desiderato dal governo.

C’è però un’altra differenza negli effetti della pandemia su due economie così diverse: i costi della crisi, in proporzione, sembrano essere distribuiti molto di più sui giovani e sulle donne in Italia rispetto a quanto avviene negli Stati Uniti. Come mostra il grafico in pagina, elaborato dal «Corriere» da dati Istat sugli occupati, mentre il fatturato registrava il collasso più drammatico della storia repubblicana il numero di lavoratori di 50 anni e oltre in Italia è persino salito (più 0,33%). Oggi in Italia ci sono circa trentamila occupati dai capelli bianchi in più rispetto al giorno in cui il paziente uno a Codogno ha contratto il virus. Nel frattempo l’attività economica si sta riducendo di oltre 150 miliardi di euro, mentre ci sono 330 mila donne e 330 mila giovani (fino a 34 anni) occupati in meno. L’occupazione fra i cittadini più senior sale senz’altro anche perché il vincolo della pensione a 67 anni (Legge Fornero) tiene più persone al lavoro. Intanto l’occupazione complessiva scende e quella delle donne cala molto più di quella degli uomini: meno 1,99% sugli occupati maschi, meno 3,36% sulle occupate donne; la penalizzazione relativa delle lavoratrici in questa recessione è molto più evidente in Italia rispetto agli Stati Uniti, dove le donne hanno perso il posto solo poco di più rispetto agli uomini. Sempre in Italia poi l’occupazione dei giovani e giovanissimi scende molto di più. Il crollo percentuale degli occupati fra i giovanissimi americani è il doppio rispetto alle medie nazionali, in Italia invece è il quintuplo (meno -12,5% di occupati fino a 24 anni fra febbraio e giugno).

Com’è potuto succedere che il costo della crisi in Italia sia stato distribuito in modo così squilibrato? Senz’altro il blocco dei licenziamenti ha protetto finora soprattutto chi ha un contratto a tempo indeterminato, facendo sì che il taglio dei costi si facesse evitando di rinnovare i contratti precari molto diffusi fra i più giovani. Andrea Garnero, economista del lavoro all’Ocse di Parigi, sottolinea che un effetto simile – probabilmente anche più importante del blocco dei licenziamenti – deve averlo avuto la cassa integrazione: anch’essa permette di mantenere occupati dipendenti con contratti più solidi e spesso un po’ più avanti con gli anni, scaricando i risparmi sui precari in scadenza. Garnero osserva: «La recessione del 2008 penalizzò più gli uomini perché colpì settori come le costruzioni e l’industria, questa coinvolge servizi nei quali l’occupazione femminile è importante in tutto il mondo». In Italia le donne sono particolarmente presenti nella ristorazione, nel turismo, nella moda, nel commercio al dettaglio. La paralisi di questi settori sta facendo pagare alle lavoratrici un prezzo abnorme e riporta l’occupazione femminile indietro di molti anni.

Marco Leonardi, economista della Statale di Milano e consigliere di Gualtieri, nota però un primo segnale incoraggiante: in maggio sono tornati a salire rispetto ad aprile i nuovi contratti a tempo indeterminato; sono molti meno rispetto a un anno prima, ma il doppio (60 mila) rispetto a quelli di aprile. «I contratti stabili stanno riprendendo – osserva Leonardi -. È un segno che abbiamo fatto bene a inserire nel decreto Agosto l’incentivo di una decontribuzione totale per sei mesi a favore di chi assume a tempo indeterminato».

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