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Il blocco costa 50 mld al mese

Prima di 6 mesi è impossibile che si torni a una parvenza di normalità e di ripresa dei normali cicli aziendali. E in sei mesi corriamo il rischio di bruciare 300 miliardi… Lo stillicidio di decreti di rinvio di tre settimane in tre settimane serve solo a perdere tempo». Francesco Manfredi, ordinario di economia aziendale LUM Jean Monnet di Bari, prorettore della Formazione manageriale postgraduate della stessa università, per la quale è anche direttore della School of Management, stima che la gestione dell’emergenza Coronavirus possa costare al sistema Italia una perdita a fine 2020 del 15% del pil. E per il Sud le previsioni sono nefaste: «La probabilità di uscita dal mercato delle imprese meridionali è diventata 4 volte superiore a quella del Centro-Nord». Il decreto sul credito alle imprese messo in campo dal governo? «Poco efficace per il presente e fallimentare per supportare la ripresa».

 

Domanda. Il governo proroga il blocco delle principali attività produttive fino al 3 maggio. Che effetti stimate per le aziende italiane?

Risposta. Vorrei essere molto chiaro, anche a rischio di apparire brutale. Non perdiamo tempo, e invito il Governo per primo a non perderne, con questo stillicidio dei rinvii di 3 settimane in 3 settimane, delle stime e dei decreti minimalisti, nei fatti non certo nella comunicazione, come se a giugno fosse tutto risolto. Volete i numeri veri e le prospettive su cui decidere una risposta finalmente seria? Per ogni mese di blocco il sistema economico perde circa 50 miliardi; prima di 6 mesi, e sono molto molto ottimista, è impossibile che si torni a una parvenza di normalità e di ripresa dei normali cicli aziendali. E in sei mesi corriamo il rischio di bruciare 300 miliardi.

D. Le imprese lamentano la necessità di avere liquidità a fondo perduto e prestiti restituibili in periodi molto lunghi, 10 o 15 anni. Richiesta ragionevole a suo avviso?

R. Visti i numeri appena ricordati, è evidente che lo Stato deve agire come in un periodo postbellico. Se vuole salvare almeno la parte sana o comunque salvabile del sistema economico, deve iniettare subito 300 miliardi veri, non ipotetici come quelli visti fino ad ora. Di questi, 150 devono essere a fondo perduto e 150 di prestiti garantiti a tasso zero con rientro in almeno 15 anni. Altrimenti si aggiunge solo debito a debito e le imprese, se non nel breve ma nel medio, moriranno comunque.

D. Stime parlano del rischio di una contrazione del pil italiano tra l’8 e il 10%. Realistiche dal vostro osservatorio?

R. Sì, anche se prudenti, le nostre simulazioni parlano del 15% a fine 2020. D’altronde, 50 miliardi di perdita mensile per 6 mesi tra lockdown e tempi di ripartenza fanno 300 miliardi, che è il 16,6% del nostro pil. I conti, nella loro drammaticità, tornano.

D. Quali sono le ricadute per le imprese e l’occupazione al Sud?

R. Invito tutti a leggere il report Svimez uscito giovedì per capire meglio la situazione reale, che peraltro in alcune parti conferma le nostre simulazioni. Sembra la serena ma puntuale descrizione di Hiroshima alle 10 del 6 agosto 1945, due ore dopo il bombardamento nucleare: non si vedeva ancora distintamente l’effetto, ma lo si poteva già chiaramente intuire. Un dato su tutti: oggi la probabilità di uscita dal mercato delle imprese meridionali è diventata 4 volte superiore a quella del Centro-Nord, anche a causa della minore elasticità del valore aggiunto alla domanda nelle fasi ascendenti del ciclo economico.

D. La cassa integrazione prevista e i vari sussidi sono sufficienti a tamponare l’emergenza?

R. Il cosiddetto Decreto Cura Italia prevede un potenziamento della Cig in deroga di 2,3 miliardi e degli ammortizzatori per gli autonomi di 2,2 miliardi; nella vita reale abbiamo il 36,5% dei lavoratori a casa e una perdita mensile, solo per autonomi e liberi professionisti, di circa 25 miliardi al mese. Stiamo parlando di un Decreto che prevede globalmente una maggior spesa corrente di 1,2 punti di pil, poco più di un terzo della perdita mensile di pil. Parlare anche solo di tampone mi pare francamente un eufemismo.

D. Le misure per il credito e le imprese approvate con l’ultimo decreto legge come si caratterizzano?

R. Niente a fondo perduto, tempi di rientro di 6 anni che sono insostenibili, efficacia futura per chi può accedere perché la maggior parte delle imprese non ha ancora approvato il bilancio 2019, nessuna efficacia per tutte le imprese con problemi non ancora risolti dopo la precedente crisi o che comunque le banche, i veri e ultimi decisori, non ritengono affidabili e quindi meritevoli di credito. In più è inaccessibile per una parte consistente delle imprese del Sud che hanno già raggiunto o sono vicine al limite dei 200 mila euro del de minimis, cioè della cifra massima di aiuti pubblici ottenibili senza violare la concorrenza che è stata imposta dall’Ue. Inutile illudersi, è un decreto poco efficace per il presente e fallimentare per supportare la ripresa. E questo, visti i precedenti decreti, non mi stupisce, mi stupisce invece che una parte del mondo imprenditoriale vada incontro al massacro senza trovare il coraggio di proferire una parola.

D. In un’intervista con ItaliaOggi, lo storico dell’economia Guido Pescosolido, sostiene che l’Italia rischia di uscire da questa crisi peggio che dalla seconda guerra mondiale. Per la ricostruzione quanto sarà importante il ruolo dello stato?

R. Difficile comparare due situazioni così diverse. C’è però un elemento chiave che devo sottolineare. Dopo la II guerra mondiale i Paesi amici avevano interesse per questioni geopolitiche che l’Italia fosse una nazione forte; oggi invece i Paesi «amici»hanno interesse per questioni economiche che l’Italia sia una nazione debole. Ogni ricostruzione, peraltro, necessita di investimenti pubblici, non solo per opere pubbliche ma anche per guidare una efficace politica industriale e sociale, necessita quindi della lungimiranza e della capacità dei governanti. E siccome oggi non sono più i tempi del Presidente Alcide De Gasperi e della Democrazia Cristiana, partito di maggioranza parlamentare, non posso che condividere i timori di Pescosolido.

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