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Blitz di Grillo all’Eni “Gestione corruttiva e rischio di svendita”

Poteva essere l’assemblea Eni più tranquilla da anni, ma la presenza di Beppe Grillo ha increspato gli umori. Quello del management e quello di alcuni azionisti elevati a difensori d’ufficio contro gli strali del leader Cinque stelle, venuto con delega di un titolare di due azioni. «Eni ha dato vita a sistema corruttivo di portata internazionale», ha tuonato Grillo, che già con Mps nel 2013 ebbe fortuna come disturbatore. Il capo del Movimento è arrivato in camicia azzurra e giacca blu, accompagnato dal senatore Vito Petrocelli. Una visita vissuta in tutto come appuntamento elettorale. Il momento ideale per attaccare il governo Renzi, accusato di aver trasformato il Paese nel «paradiso delle trivelle e del petrolio» con lo Sblocca Italia, e di voler «gettare l’Eni in pasto ai privati, come con tanti altri gioielli di Stato». È uno show, ma Grillo non improvvisa nulla. Legge un discorso scritto, anche nelle accuse dure. Quando la presidente Emma Marcegaglia gli ricorda che «è tutto verbalizzato, lei si assume la responsabilità di quel che dice» e lo invita «a un linguaggio consono», il politico non rinuncia alla battuta: «Non ho detto neanche una parolaccia!». Ma definisce l’ex ad Paolo Scaroni «un ex pregiudicato che ora lavora a Rothschild» e aggiunge: «Funziona così: svendere pezzi straordinari di aziende pubbliche, e lasciare il cadavere ai privati, a qualche fondo Usa o a Bank of China, che pagano un pezzo di pane». Attacca anche il successore Claudio Descalzi: «Ne penso tutto il male possibile, è registrato in conversazioni con psicofaccendieri, c’è un’inchiesta in corso. Non dovrebbe accedere a cariche pubbliche». La ricostruzione più dura è sull’attività Eni in Africa: l’azienda «depreda, ci sono intere popolazioni africane in balia della rete corruttiva, di un sistema criminale che non si limita alla Nigeria ma arriva in Libia, in Iraq e oltre». Sul punto Descalzi s’infiamma: «Non siamo predatori. Siamo partiti in Italia, siamo arrivati in Africa e Asia. Siamo una società africana, con il 50% della produzione lì. Ci siamo da 60 anni per il rispetto che abbiamo per le persone: invece di esportare, investiamo nel locale, non solo in energia ma anche in istruzione, know how e sanità. Accetto tutto, ma sento dire cose che sono l’opposto di quel che siamo da chi non ci conosce. Scusate, non è aggressività ma passione».

Schermaglie a parte, il 57,6% dei soci presenti (Cassa depositi al 25,76%, Tesoro al 4,34%, People bank of China al 2,53%) ha approvato il bilancio 2014 di Eni spa con 4,45 miliardi di utili, il saldo dividendo da 0,56 euro e la relazione sulle remunerazioni, che grazie anche all’azionariato critico di Fcre, Re:Common, Amnesty e Global Witness ha eliminato i bonus discrezionali (nel 2011 valsero un milione a testa a Scaroni e all’ex presidente Poli), ridotto del 25% lo stipendio massimo dell’ad, limato a 238mila euro i compensi del presidente.
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