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Blitz di Eurazeo, Moncler è francese

di Antonia Jacchia

MILANO — Pensavano che la Borsa fosse la strada migliore. Ma la telefonata da Parigi, in una domenica piovosa, li ha convinti del contrario. E così il 5 giugno, gli azionisti di Moncler, invece di rilanciare su Piazza Affari, hanno deciso di aprire le porte a Eurazeo, società di investimento quotata a Parigi (da ex soci Lazard), intenzionata a entrare nell’azionariato del gruppo dei piumini. Che in parallelo al percorso dell’offerta pubblica di vendita andassero in onda anche trattative private, era noto: girava voce che Moncler fosse nel mirino di Ppr, il colosso del lusso di François-Henri Pinault che in Italia già controlla Gucci. Da quando la quotazione è di dominio pubblico «abbiamo ricevuto diverse espressioni di interesse» aveva detto in precedenza Marco De Benedetti, capo di Carlyle in Italia e azionista di riferimento del marchio. Che comunque ha proseguito nel suo progetto di quotazione. Fino all’altro ieri. Quando gli azionisti del gruppo della moda hanno percepito che dal mercato avevano poche probabilità di ottenere la stessa valorizzazione della società proposta da Eurazeo (1,2 miliardi di euro di enterprise value, un multiplo di oltre 12 volte l’Ebitda 2010 contro quella dell’Ipo che secondo indiscrezioni dava il brand tra i 900 milioni e 1 miliardo): il fondo che con un investimento di 418 milioni (il 45%), è diventato il primo azionista dei piumini. La mappa dell’azionariato ne esce così ridisegnata con il presidente Remo Ruffini che resta il secondo azionista (scendendo dal 38 al 32%) mentre Carlyle passa la mano come socio di riferimento, riduce la sua quota dal 48%al 17,8%. Brands Partners 2 si ridimensiona dal 13%al 5%e una piccola partecipazione (dallo 0,50 allo 0,25%) resta in portafoglio a Sergio Buongiovanni, direttore finanziario. Si allunga così, dopo Bulgari, Parmalat, Gucci e Bottega Veneta la lista del made in Italy finita in mano ai francesi. In realtà Moncler era nata Oltralpe, nel 1952, a Monastier de Clermont (da cui l’abbreviazione Moncler), villaggio sulle montagne vicino a Grenoble dove il marchio viene alla luce. Il Moncler non passa di moda. Capo cult dei Paninari, della Burger generation che sogna di sposare Simon LeBon, negli anni Ottanta, la griffe dal ’ 92 era diventata italiana, grazie ai veneti di Pepper Industries che poi la cedono a Finpart. E dal 2003, italianissima, da quando cioè Remo Ruffini, acquisito il marchio da Finpart, società quotata e poi fallita, insieme con Mittel e con il socio Guido De Vivo, rilancia non solo i piumini ma anche gli altri brand del gruppo: Henry Cotton’s, Marina Yachting, il marchio di Como Coast Weber &Ahaus e la licenza 18CRR81 Cerruti. Nel 2008 l’arrivo di Marco De Benedetti e del fondo Carlyle completano la ripresa, che ha portato il fatturato dai 180 milioni del 2005 ai 429 milioni dello scorso anno e dai cinque negozi iniziali ai 55 attuali. Ora è la volta di Eurazeo, boutique della finanza parigina (assistita da Lazard) e che figura tra i principali soci di Banca Leonardo. L’obiettivo di tutti è quello di accelerare la crescita all’estero (America e Cina incluse) e di costruire un marchio globale del lusso attraverso l’apertura di nuovi negozi. E anche la strada della Borsa non è chiusa per sempre. «La quotazione— ha precisato in una nota congiunta con Eurazeo il presidente di Moncler Remo Ruffini — resta un obiettivo strategico e manteniamo una sorveglianza attiva dei mercati» , ma lo sbarco in Borsa non avverrà nei prossimi mesi né entro l’anno, precisa il numero uno di Parigi, Patrick Sayer, perché il clima del mercato è in questo momento molto complicato. Ma sarà a Milano o a Parigi?

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