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Black list, prova severa per la società

È tutta a carico del contribuente la prova delle condizioni per dedurre i costi per rapporti commerciali con società aventi sede nei paradisi fiscali. Emerge dalla sentenza 6200/40/2015 della Ctp di Milano (presidente Davigo, relatore Chiametti) che conferma l’approccio di rigore della giurisprudenza tributaria sulla indeducibilità delle operazioni con soggetti residenti in Paesi black list, prevista dall’articolo 110, comma 10, del Tuir.
La vicenda nasce da un accertamento della Guardia di finanza che aveva rettificato il reddito di una società italiana, escludendo dai componenti negativi di reddito, dichiarati ai fini Irap, gli acquisti di merci presso un’altra società avente sede nelle isole Bermuda.
I verificatori ritenevano che la società, pur avendo dimostrato la concreta esecuzione delle operazioni, non aveva fornito la prova richiesta dal comma 11 dello stesso articolo 110 del Tuir.
La Ctp milanese ha respinto il ricorso della società contro l’avviso di accertamento e ha ritenuto corrette le valutazioni dei verificatori. È difatti possibile per il contribuente dedurre i costi sostenuti con soggetti residenti in paradisi fiscali solo se dimostra che le spese abbiano i requisiti richiesti dall’articolo 110, comma 11 del Tuir (le cosiddette esimenti).
Dalle risposte fornite dalla società al questionario inviatole dall’ufficio delle Entrate e dalla documentazione allegata, però, secondo la Ctp non poteva dirsi dimostrato l’effettivo interesse economico all’operazione, che costituisce la seconda condizione esimente, necessaria per superare la regola dell’indeducibilità. In particolare, secondo i giudici tributari, gli acquisti avevano avuto ad oggetto una bevanda tipica della Russia; il fornitore aveva sede nelle isole Bermuda, luogo lontano e assai poco connesso con il mercato russo.
Peraltro la società aveva sostenuto di avere scelto quel fornitore per la particolare competitività del prezzo a parità di qualità del prodotto, ma si era limitata ad allegare uno studio comparato con bevande di altri Paesi, seppur della medesima tipologia.
Infine, hanno sottolineato i giudici tributari, i verificatori avevano constatato che per l’esecuzione degli ordini la società contribuente si interfacciava direttamente con il sito produttivo fornitore che si trovava in Russia. Nonostante ciò, le fatture e i relativi pagamenti erano intestati al fornitore con residenza nelle Bermuda, proprietario del marchio e distributore del prodotto su scala mondiale.
In mancanza di una specifica prova comparativa dell’acquisto, effettuata mettendo a confronto più fornitori e individuando quello che applica il prezzo di mercato vero e proprio, la titolarità esclusiva del marchio e dei diritti di distribuzione da parte della società venditrice con sede nel paradiso fiscale non può essere considerata sufficiente a dimostrare la sussistenza dell’effettivo interesse economico ad acquistarne i prodotti.
Prevale, dunque, l’indeducibilità che ha l’obiettivo di neutralizzare i vantaggi fiscali derivanti dalla contabilizzazione di operazioni poste in essere al solo scopo di delocalizzare gli utili in Paesi con livello di tassazione assai più basso di quello italiano.
La pronuncia resta attuale dopo le modifiche dettate dal Dlgs 147/2015, che ha mantenuto l’esimente connessa all’interesse economico.

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