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Black list, interpelli da ripulire

Con la firma del decreto del ministero dell’economia sulle Controlled foreign companies (Cfc), il primo aprile, e l’uscita di alcuni Paesi dalla lista black list (come Malesia e Singapore) (si veda ItaliaOggi del 2/4/15), le società italiane devono, da un lato, attivarsi per verificare se sia ancora necessario presentare gli interpelli disapplicativi delle disposizioni Cfc, dall’altro, analizzare l’operatività di quelli già in essere. Ovviamente, nessun problema si pone per quei Paesi che non hanno un accordo sullo scambio di informazioni con l’Italia, in quanto nulla cambia rispetto al 2014.

In proposito, in materia di Cfc l’elaborazione della black list delle giurisdizioni estere è ora basata sui due criteri dello scambio di informazioni e dell’adeguato livello di tassazione delle imprese controllate estere (articolo 167 del testo unico delle imposte sui redditi). La legge di Stabilità (articolo 1, comma 680) ha, infatti, previsto che un livello di tassazione nel Paese estero inferiore al 50 per cento di quello italiano è considerato sensibilmente inferiore a quello applicato in Italia. Tanto che, con il decreto firmato il 1° aprile sono stati eliminati dalla black list Cfc quei Paesi che, oltre ad avere un accordo con l’Italia sullo scambio di informazioni, applicano un regime generale di imposizione non inferiore al 50 % di quello applicato in Italia: è il caso delle Filippine, Malesia e Singapore. A partire dal periodo di imposta 2015, quindi, Paesi come Malesia e Singapore sono stati esclusi dall’elenco Cfc avendo una corporate income tax con aliquota del 17% (Singapore) e del 25% (Malesia). In tal caso, quindi, se la partecipata non godeva di regimi speciali ed i relativi redditi venivano imputati e tassati per trasparenza in capo alla controllante italiana, la disciplina Cfc non dovrebbe più essere applicabile dal 2015 in avanti (senza, quindi, dover presentare l’interpello disapplicativo dell’art. 167 del Tuir). Va da sé, tuttavia, che la controllante italiana avrà l’onere di reperire tutta la documentazione fiscale idonea a dimostrare, in caso di verifica, la mancanza di un regime fiscale di favore (livello di tassazione nel Paese estero non inferiore al 50% di quello italiano).

Sempre con riferimento a Singapore e alla Malesia, ci si deve domandare quale debba essere il comportamento da seguire per quei contribuenti che, in assenza di un tax ruling in capo alla partecipata estera, non hanno imputato e tassato per trasparenza (fino al periodo di imposta 2014) i redditi in capo alla controllante italiana a seguito di presentazione di apposito interpello disapplicativo delle disposizioni di cui all’art. 167 del Tuir. Andrebbe confermato se la mancanza di un regime fiscale c.d. «speciale» renda, nei fatti, non più applicabili le disposizioni Cfc facendo decadere l’operatività degli interpelli presentati. A tal riguardo, la mancanza di un tax ruling dovrebbe ragionevolmente consentire alle partecipate estere di non rientrare più tra i soggetti Cfc (senza alcun obbligo informativo). Per contro, le società controllanti avrebbero l’onere di attivarsi per esibire, in caso di controllo, tutta la documentazione estera a supporto della mancanza di un qualsivoglia regime di favore nel Paese estero.

Altro aspetto di possibile interesse, potrebbe presentarsi (al contrario) laddove la controllata estera, in presenza di un regime fiscale speciale ed in assenza di interpello Cfc, decidesse di modificare in peius il proprio livello di tassazione tale da non rendere più applicabili le disposizioni Cfc (portandolo al di sopra del 50%). Sul punto l’Amministrazione finanziaria, con la risoluzione n. 358 del 2002, aveva avuto modo di precisare che ai fini della disapplicazione della normativa Cfc non potevano assumere valore i «ruling negativi», volti a modificare in peius, per volontà del contribuente, l’operatività di disposizioni che discendono da principi di diritto tributario condivisi a livello internazionale. In estrema sintesi, l’Agenzia aveva negato la possibilità di non considerare come Cfc una società svizzera a seguito di apposita istanza all’amministrazione cantonale di essere assoggettata al regime fiscale ordinario (implicitamente rinunciando ai privilegi concessi alle società holding, ausiliarie e di domicilio). Anche in tale ipotesi, qualora la modifica dovesse prevedere l’effettiva e completa rinuncia al tax ruling (e non solo la «correzione» dello stesso per ottenere una tassazione superiore al 50%), non dovrebbero auspicabilmente più risultare applicabili le disposizioni Cfc: va da sé che le imprese italiane avranno l’onere di reperire tutta la documentazione estera a dimostrazione dell’effettivo regime ordinario di tassazione.

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