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Una black list in formato Ue

Una black list unificata a livello europeo che disincentivi i furbetti del fisco da New York a Pechino. A redigere l’elenco dei paesi non compliant, entro il luglio 2017, sarà l’Ocse. E mentre la lotta all’evasione internazionale unisce le forze in nome di trasparenza e tracciabilità, a fregarsi le mani sono le casse dell’erario. Ammonta infatti a 55 miliardi di euro la somma complessivamente raccolta dagli stati a partire dal 2014 a fronte delle politiche di rientro volontario dei capitali non dichiarati detenuti all’estero (voluntary disclosure). Sono alcuni dei punti contenuti nel rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che in occasione del G20, il 5 settembre, ha presentato il resoconto aggiornato dei progressi compiuti in materia di elusione e frode fiscale. Tra i temi ricorrenti nel meeting, la realizzazione delle 15 azioni previste dal piano anti-Beps (Base erosion and profit shifting) che includono, tra le, altre, una definizione di stabile organizzazione, un maggior controllo sui rapporti tra società madri, sedi dislocate e controllate, nonché misure contro trasferimenti fittizi, deduzioni indebite di interessi e accordi fiscali privati lesivi della concorrenza. Viene inoltre ribadita l’applicazione del principio secondo il quale gli utili societari devono essere tassati nel paese in cui sono generati.

Il progetto anti-Beps. Il G20 di Hanghzou, Cina, ha riportato sul piatto della bilancia l’azione coordinata contro l’illecito tributario, in barba a paesi fiscalmente più «libertini» che desiderano invece maggior potere decisionale nei rapporti Stato-impresa (tra questi Irlanda e Lussemburgo, ma anche Olanda e Inghilterra).Già nel corso della riunione inaugurale delle 20 potenze mondiali tenutasi nel mese di giugno, i partecipanti avevano concordato un programma di lavoro incentrato sul monitoraggio e l’attuazione coerente delle misure anti-Beps e sulla definizione tecnica degli standard da seguire. Ad oggi sono 85 i paesi e le giurisdizioni impegnate nell’attuazione delle disposizioni del pacchetto anti erosione ed elusione.

Scambio automatico di informazioni. Tra le disposizioni che entreranno in vigore ma che già hanno raccolto consensi, compare lo standard per lo scambio automatico di informazioni, cosiddetto Common reporting standard (Crs). Questo, sviluppato dall’Ocse e dal Consiglio d’Europa nell’anno 1998 e aperto al G20 a partire dal 2010, è stato approvato nel 2014. Con i primi scambi automatici, gli evasori fiscali saranno portati a dichiarare i conti non in chiaro all’estero e i beni tacitamente detenuti oltre confine. In tutto saranno 101 le amministrazioni fiscali che comunicheranno tra loro, 54 a partire dal 2017 e 47 nel 2018. Inoltre, in un’azione preventiva, i paesi hanno identificato una somma pari a circa 55 miliardi di euro di introiti non dichiarati, emersi attraverso i programmi di voluntary disclosure, mentre l’ammontare complessivo dei patrimoni sottratti ogni anno al pagamento delle imposte si aggira attorno ai 240 miliardi di euro l’anno.

Black list unificata. L’Ocse preparerà inoltre entro il luglio 2017 una lista dei paesi che non avranno fatto abbastanza per raggiungere un livello soddisfacente di trasparenza fiscale. I rappresentanti delle maggiori economie al mondo hanno definito tale decisione un messaggio «molto forte», spiegando come «essere nella lista nera avrà un impatto devastante sulle economie inserite», perché rallenterà gli scambi commerciali e porrà sotto la lente rapporti finanziari anche semplici.

Apple e corporate tax. A tenere alta l’attenzione sul tema della lotta all’evasione internazionale è stata la recente decisione della Commissione europea di imporre ad Apple il pagamento di un importo pari a 13 miliardi di euro più interessi, corrispondenti alle imposte dovute e non versate a Dublino (accusata a sua volta di aver stretto tax rulings troppo di favore). La stessa Commissione, alla luce delle riflessioni emerse nel corso del G20, ha inoltre rilanciato il progetto di una base imponibile comune per tutta l’Unione (cosiddetta Common consolidated corporate tax base – Ccctb), prevedendo, tra la fine di ottobre e la prima metà di novembre 2016, di mettere nero su bianco una proposta aggiornata. L’obiettivo è evitare che gli stati si facciano guerra a suon di sconti fiscali sui di redditi d’impresa. L’approccio che le istituzioni intendono seguire prevede la realizzazione di una base unificata di calcolo sul dovuto, suddivisa in due tranche: una prima, che definirà i prodotti oggetto di imposizione; una seconda, che fisserà criteri equi di tassazione calibrati per i diversi stati Ue in cui verranno applicati. Il calcolo, sommariamente, terrà conto della grandezza della multinazionale, del numero di lavoratori impiegati, del tipo di attività delle filiali e di altre specificità. Dal canto loro le società europee, grazie alla Ccctb, otterranno maggior certezza del diritto in termini di tassazione, avendo tali regole una base comune concordata a livello comunitario. Ciò eviterà inoltre che i sistemi fiscali locali si facciano guerra a suon di regimi di favore costruiti ad hoc o grazie ad accordi privati stato-impresa che eccedono i confini leciti del tax ruling.

Gloria Grigolon

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