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Il bitcoin teme le regole e crolla a 10mila dollari

Sui social è circolato anche il link al servizio nazionale Usa contro i suicidi. L’ironia si spreca online vedendo il bitcoin crollare quasi alla stessa velocità con cui era salito scendendo fin sotto quota 10.000 dollari, valori che non vedeva da inizio dicembre. A fare paura è il timore che gli interventi regolatori che sarebbero in arrivo in Corea del Sud, dopo l’ulteriore stretta che si annuncia in Cina, possano essere solo l’antipasto di un intervento regolamentare su più larga scala, che sarebbe mal digerito da un mondo nato proprio al di fuori di norme e controlli, all’insegna di un sistema distribuito e decentrato.
La Corea non ha ancora messo in pratica quanto ventilato negli ultimi giorni, nel senso di interventi che pongano fine all’anonimato delle migliaia di conti aperti negli ultimi mesi, anche in seguito allo spostamento all’estero della residua operatività dei cinesi. Da parte sua la Cina, che ha già bloccato exchange e offerte di nuove valute, pare intenzionata a mettere mano a ulteriori misure per evitare anche il trading triangolato via app e sistemi appositi.
Anche il resto del mondo finanziario si prepara a discutere per mettere briglie a uno strumento che sfugge a qualsiasi regola, a partire dal fatto che non ne è ben chiara la natura: commodity? security? valuta? Il tema delle regole è sul tavolo del G20 di marzo a Buenos Aires. Anche l’Unione europea ha in programma un «piano d’azione imminente sulla tecnologia finanziaria che esaminerà anche il problema del bitcoin e verrà presentato in primavera». Lo ha detto la portavoce della Commissione europea Vanessa Mock, precisando che «è ancora troppo presto per arrivare a conclusioni» e che Bruxelles «segue molto da vicino» l’andamento delle criptovalute.
Il bitcoin ha in effetti vissuto ieri una delle sue peggiori sedute arrivando a giocare sul filo dei 10.000 dollari, sui livelli di inizio dicembre, con una caduta del 50% rispetto al picco di quasi 20.000 toccato a metà dicembre. Il nervosismo, che ha innescato anche i realizzi sul bitcoin che un anno fa valeva meno di 1.000 dollari, ha coinvolto anche e altre criptovalute, il cui valore complessivo è sceso attorno a 450 miliardi di dollari, quasi la metà rispetto al picco di oltre 800 miliardi a inizio gennaio. Ethereum, che sabato scorso ha toccato il record a 1.420 dollari, ha lasciato sul terreno in quattro giorni il 40% a 865. Ripple, che aveva brindato al nuovo anno con un picco a 3,81 dollari, ieri sera valeva un dollaro, con una perdita di oltre il 70% in due settimane. Litecoin ha più che dimezzato il valore a 165 dollari dai 365 alla vigilia di Natale. Per sgombrare il campo dai sospetti di manipolazione delle quotazioni, il suo fondatore Charlie Lee aveva annunciato di essersi liberato di tutti i suoi Litecoin pochi giorni prima. Ma, alla luce dell’andamento successivo, i sospetti si sono rafforzati.
Con il mercato in picchiata emergono anche i casi più controversi e poco trasparenti. Bitconnect, piattaforma di prestito di criptovalute nota anche in Italia, anche se molto chiacchierata, ha annunciato l’altra notte la cessazione immediata dell’operatività, per colpa di frequenti attacchi hacker e per la «pessima stampa» che la indicava come un semplice schema Ponzi. Bitconnect offriva un servizio che permetteva ai clienti di prestare criptovalute in cambio di interessi mirabolanti, in media superiori all’un per cento, ma al giorno. La piattaforma ha garantito che restituirà tutti i prestiti. Ma intanto il token che ne supportava il funzionamento (e ora del tutto inutile) è crollato in poche ore da 200 a meno di 40 dollari.

Pierangelo Soldavini

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