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Bitcoin, l’esenzione è parziale

Il profitto generato dai bitcoin è esente da tassazione solo se manca la finalità speculativa. Così l’Agenzia delle entrate, in assenza di una normativa fiscale ad hoc, offre le prime indicazioni sulla disciplinare fiscale delle monete virtuali in Italia.

In crescente ascesa mediatica il fenomeno delle c.d. «criptocurrency» negli ultimi mesi sta catturando l’attenzione non solo per il loro utilizzo alternativo alle valute tradizionali, come mezzi di pagamento per lo scambio di beni e servizi, ma anche, e soprattutto, per fini speculativi. Le piattaforme online permettono, infatti, di scambiare queste monete virtuali sulla base del relativo tasso di cambio.

Le criptovalute hanno acquistato sempre più credito nei mercati finanziari sollevando però alcuni interrogativi: se questa nuova fonte di investimento sia al riparo dall’occhio del Fisco e quali siano le risposte adottate dagli stati per monitorare il nuovo fenomeno.

L’Italia, con le recenti normative antiriciclaggio, ha anticipato gli altri Stati europei legalizzando e responsabilizzando gli attori della rivoluzione «criptovalutaria», fornendo le prime definizioni sia di «valute virtuali» che di «cambiavalute virtuale».

Nonostante ciò, manca ancora una normativa ad hoc che fornisca una chiara disciplina fiscale del fenomeno.

Un primo tentativo ufficiale di fornire un inquadramento fiscale delle monete virtuali nel sistema italiano è intervenuto con risoluzione n. 72/E/2016, con cui l’Agenzia delle entrate ha fornito delucidazioni, limitatamente all’attività di intermediazione di valute tradizionali con bitcoin, svolta, in modo professionale e abituale, da una società.

A tal proposito, l’Amministrazione finanziaria aveva chiarito che i ricavi conseguiti dalla società, nell’attività di intermediazione, sono soggetti a Ires e Irap.

Ai fini del trattamento Iva, l’Agenzia delle entrate, richiamando l’orientamento emerso in seno alla Corte di giustizia dell’Unione europea, ha ricordato che l’attività di commercializzazione di Bitcoin deve essere qualificata come prestazione di servizi a titolo oneroso avente natura «finanziaria», per il fatto che tali valute sono accettate dalle parti di una transazione come mezzo di pagamento alternativo ai mezzi di pagamento legali e non presentino altre finalità oltre a quella di mezzo di pagamento. Sussistendo queste condizioni, la prestazione di servizi rientra nell’alveo dell’esenzione Iva di cui all’art. 135, paragrafo 1, lett. e) della direttiva 2006/112/Ce.

In relazione al trattamento fiscale riservato ai clienti di tali società, l’Agenzia si limita a fornire un chiarimento limitatamente alle sole persone fisiche che acquistano/vendono i bitcoin al di fuori dell’attività di impresa. In quest’ipotesi l’operazione con oggetto i bitcoin è esente da tassazione ai fini Irpef, in quanto considerata alla stregua di una operazione «a pronti» (il cui pagamento avviene immediatamente al momento della consegna), carente di finalità speculativa.

Quindi, alla luce di una interpretazione letterale di quanto chiarito dall’Agenzia delle entrate, le persone fisiche che acquistano o vendono bitcoin, al di fuori dell’attività di impresa, non sono soggette a tassazione e le società che svolgono l’attività di intermediarie non sono gravate dai tipici obblighi del sostituto d’imposta (certificazione unica e modello 770).

Il cittadino non esperto del settore potrebbe essere tratto in inganno e portato a ritenere che il profitto generato dai bitcoin sia sempre e comunque esente da tassazione.

In realtà, a ben vedere, quanto affermato dall’Amministrazione finanziaria risulta, in assenza di ulteriori chiarimenti, limitato alle sole ipotesi in cui manchi la «finalità speculativa», la quale, quindi, rappresenta il criterio discriminante della tassazione dei profitti da cambio tra criptovalute e monete tradizionali.

Nel dubbio, quindi, sembrerebbe utile tener conto anche di quanto stabilito dall’art. 67, comma 1-ter del Testo unico delle imposte sui redditi (c.d. Tuir), il quale indica il limite oltre il quale la plusvalenza diviene rilevante ai fini fiscali, concorrendo a formare il reddito imponibile. La norma prevede, infatti, che le plusvalenze derivanti dalla cessione a titolo oneroso di valute estere (valute a cui l’Agenzia delle entrate, nella Risoluzione richiamata, ha equiparato le criptovalute) rivenienti da depositi e conti correnti concorrono a formare il reddito, a condizione che nel periodo d’imposta la giacenza dei depositi e conti correnti complessivamente intrattenuti dal contribuente, calcolata secondo il cambio vigente all’inizio del periodo di riferimento, sia superiore a 51.645,69 euro per almeno sette giorni lavorativi continui.

Pertanto, alla luce di quanto appena evidenziato e alla presenza dei requisiti esposti, i guadagni conseguiti dalla compravendita di bitcoin potrebbero essere inseriti nel quadro RT della dichiarazione dei redditi modello Unico Pf per non incorrere in possibili sorprese da parte del Fisco.

Tuttavia, l’assenza di una disciplina specifica e di ulteriori indicazioni crea una profonda incertezza sul destino fiscale di questa nuova realtà e, al contempo, offre interpretazioni non unilaterali.

La nuova definizione di «valuta virtuale» impone un tempestivo intervento ad hoc da parte del legislatore.

Stefano Loconte e Jennifer Fuccella

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