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Bitcoin, la bolla sta per scoppiare

Il futuro è delle criptovalute e la blockchain è destinata a ribaltare il mondo della finanza così come lo conosciamo oggi, oppure questo universo digitale è in una bolla che sta cominciando a mostrare le prime, paurose crepe? Al di là degli effetti della speculazione finanziaria, che ha fatto impennare il valore del bitcoin (assieme alle altre monete virtuali), passato in pochi mesi da 10 mila a 60 mila dollari, bisogna riconoscere che queste realtà riescono a dare una risposta soddisfacente a un bisogno insopprimibile, quello di mettere i propri capitali e i propri traffici al riparo da occhi indiscreti. In un mondo finanziario sempre più trasparente, nel quale il segreto bancario è solo un lontano ricordo, questo è un asset fondamentale. Che non interessa solo narcotrafficanti e riciclatori, corrotti e corruttori, ma anche cittadini che non vogliono avere il fisco alle calcagna o con problemi successori, o magari abitanti di paesi autoritari, oppure con monete a rischio di svalutazione e che desiderano mettere al sicuro una parte del loro patrimonio. Le situazioni possono essere infinite.

La blockchain è trasparente, sicura, anonima. Tutti si controllano ma nessuno è controllato, per cui non si può sapere da dove arrivano e dove finiscono i soldi. Il bitcoin, in fin dei conti, è un codice numerico e alfanumerico, basta metterlo su una chiavetta usb per trasferire un capitale senza nemmeno passare dalla rete. Meglio delle banche svizzere di una volta.

Ma se questo è indubbiamente il motivo trainante del successo della valuta virtuale, potrebbe essere anche il suo tallone d’Achille. Stati Uniti e Unione europea hanno infatti allo studio la regolamentazione di questi strumenti finanziari, che rischierebbero così di perdere la libertà assoluta di cui hanno finora goduto. Altri paesi hanno già fatto di più: la Banca centrale argentina, per esempio, ha chiesto a tutti gli istituti di credito di mappare tutti i cittadini che dispongono di un conto in criptovalute, mentre il governatore della Banca centrale turca ha vietato l’uso di questi strumenti come moneta di pagamento. Anche se non è assolutamente sicuro che in questo modo si riescano a ottenere gli effetti desiderati (nel caso di Argentina e Turchia, la fuga di capitali) si tratta però delle prime contromosse in grado di minare la fiducia che si sono conquistata sul campo bitcoin&Co. Fiducia che si è estesa anche al campo della finanza digitale, tanto da far esplodere anche il valore degli smart contract, passati in tre anni da un «fatturato» di 2 milioni di euro ai 6 miliardi di oggi. Un settore che, ancor più di quello delle monete, avrà necessità di essere regolamentato. Non è quindi remoto il rischio che questa fantastica bolla possa scoppiare, riportando la finanza digitale e le 4.500 criptovalute finora immesse sul mercato al ruolo di strumenti finanziari alternativi a quelli ufficiali, con tutti i vantaggi e svantaggi che questo comporta.

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