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Bitcoin, freni di Cina e Usa

La Cina ha chiesto alle imprese di uscire dal «miniere» di criptovalute, cioè dal settore che genera i bitcoin e le altre valute digitali, mentre negli Usa, la Sec (la Consob americana) ha chiesto un passo indietro alle società che stanno pensando di introdurre questo strumento d’investimento, in attesa di fare maggiore chiarezza sui possibili rischi. Al riguardo, Warren Buffett, ceo della conglomerata Berkshire Hathaway, e uno dei più famosi investitori miliardari di Wall Street, ha dichiarato che «il bitcoin e le altre criptovalute faranno quasi sicuramente una brutta fine». E «di non avere alcun interesse a scommettere su un ribasso dei prezzi di bitcoin nel mercato dei future. Niente operazioni short per lui e la sua azienda anche se a Buffett non dispiacerebbe «comprare put di cinque anni su ogni criptovalute in circolazione». Il riferimento è a opzioni che danno il diritto a chi le possiede di vendere un determinato asset a un certo prezzo, di fatto scommettendo su un ribasso della quotazione. «Non possediamo nessuna criptovaluta e non facciamo operazioni short su nessuna», ha concluso Buffett.

Negli Usa, la strada verso il lancio degli Etf legati ai bitcoin si complica dopo la mossa della Sec. Gli Etf (exchange traded fund) sono fondi d’investimento che si possono scambiare come azioni e replicano l’andamento di un sottostante (i bitcoin, in questo caso). La Sec aveva già opposto il proprio «no» ai gemelli Cameron e Tyler Winklevoss, i primi, lo scorso marzo, a proporre un Etf sulla criptovaluta. Altre società, tra le quali Direxion, ProShares e VanEck, hanno rilanciato e inviato una nuova richiesta all’autorità di controllo: rispetto ai fondi dei Winklevoss, che proponevano come sottostante investimenti diretti in bitcoin, i nuovi Etf si ancoravano ai future in bitcoin, cioè a un asset (lanciato alla fine del 2017) scambiato in un mercato regolamentato. A quanto pare, però, non è bastata questa differenza per far arrivare il sì della Sec. L’autorità sarebbe preoccupata, secondo quanto ha riferito la Reuters, riguardo «alla valutazione e alla liquidità» dei future. Una rinnovata cautela che non si riferirebbe solo agli Etf ma, più in generale, a tutte le attività e le società che investono nelle criptovalute.

Intanto, la Cina vuole chiudere le «miniere» di criptovalute, ha riferito il Financial Times, secondo il quale un’agenzia governativa ha invitato le autorità provinciali a «guidare attivamente» le imprese delle proprie aree di appartenenza fuori dal settore del mining delle criptovalute, che non sono considerate un settore strategico. Il timore riguarda soprattutto gli acquisti con le criptovalute di elettricità e i rischi finanziari. La mossa delle autorità cinesi fa seguito a delle misure prese in precedenza per limitare l’attività della piattaforme di scambio dei bitcoin. In Cina molti minatori di bitcoin hanno impiantato le loro sedi in località remote del paese per sfuggire alle maglie dei controlli. Da qui essi pilotano forti acquisti di energia elettrica contrattati direttamente con i produttori locali. Una ricerca condotta da Selectra (gruppo specializzato nella comparazione di offerte di energia) sul costo energetico del mining ( un processo svolto dalle server farm, delle vere e proprie fabbriche informatiche che generano la criptovaluta) ha rivelato che l’elevata potenza di calcolo alla base del bitcoin, criptovaluta elettronica il cui valore è stato moltiplicato per 14 nel corso del 2017, comporta anche un alto dispendio energetico. L’utilizzo dei bitcoin in tutto il mondo richiede ogni secondo una potenza elettrica di quasi 1,5 miliardi di Watt, ed un dispendio annuale di ben 13 TWh, corrispondenti alla metà della quantità di energia utilizzata dall’Irlanda, il cui consumo energetico è di circa 26 TWh all’anno, A una transazione in bitcoin corrisponde un consumo di 100 kWh, l’equivalente di quasi 2 settimane di consumo elettrico di una famiglia-tipo italiana e non si sa se il sistema energetico è in grado di supportarne la crescita.

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