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Bitcoin all’assalto di Wall Street quotazione ai massimi storici

L’ingresso nel tempio della finanza tradizionale pompa benzina nel motore del Bitcoin. Lo sbarco sul Nasdaq della piattaforma di scambio di criptovalute Coinbase, atteso per oggi con pronostici di valutazione fino a 100 miliardi di dollari, ha acceso le quotazioni della regina del comparto. Il Bitcoin ha rotto il muro dei 63 mila dollari, coronando una crescita di oltre l’800% in dodici mesi e tirando la volata anche alle sorelle minori: l’insieme delle criptovalute vale ormai oltre 2.250 miliardi. «La posizione tradizionale era che il Bitcoin fosse una truffa e che si dovesse dimostrare il contrario. Ma se la più grande azienda cripto viene quotata dagli americani, ora l’onere della prova si inverte: finalmente si potrà parlare di Bitcoin in termini ‘normali’»: così Christian Miccoli, cofondatore e ceo di Conio, portafoglio italiano di criptomonete, descrive quello che il settore aspetta come un test dell’appetito di Wall Street per questa materia. Un successo di Coinbase, ha scritto l’analista Ipek Ozkardeskaya di Swissquote, «significherebbe che gli investitori tradizionali hanno sdoganato le criptovalute».
I segni di convergenza tra mondi paralleli, se non antitetici, si stanno moltiplicando. Firme storiche della finanza a stelle e strisce, da Goldman Sachs a Morgan Stanley, da BlackRock a Jp Morgan, hanno aperto le porte dei cripto-investimenti ai loro clienti facoltosi. «Per loro è una svolta, ma sono in ritardo», ragiona Massimo Siano, a capo del Sud Europa per la svizzera 21Shares, specialista degli investimenti in valute virtuali: «Di questi tempi l’anno scorso la nostra raccolta si aggirava tra i 30 e i 40 milioni di dollari. Oggi siamo oltre 1,3 miliardi». Se il Bitcoin si sta imponendo come tema d’investimento, più che come moneta alternativa, nella corsa dell’ultima ora c’è, per Luca Fantacci, condirettore dell’unità di ricerca sull’innovazione monetaria della Bocconi, «la prova del fatto che siamo in presenza di un mercato soggetto agli umori». Gli ottimisti sono convinti che il crescente peso degli investitori istituzionali eviterà collassi repentini, come quello andato in scena nel 2017. Ma il parterre degli scettici è nutrito. Pochi giorni fa Isabel Schnabel, membro del Consiglio della Bce, a Der Spiegel lo classificava un «asset speculativo senza alcun valore fondamentale riconoscibile». Se tutti attribuiscono all’infrastruttura alle sue spalle, la blockchain, un ruolo centrale per un sistema dei pagamenti più efficace e inclusivo in futuro, un sondaggio di Bank of America tra i gestori ha trovato una schiacciante maggioranza (74%) di convinti che si stia gonfiando una bolla dei prezzi. Per il colosso del risparmio Amundi non è da escludere che un giorno le criptovalute «finiranno con lo svolgere il ruolo di ‘oro digitale’ », porto sicuro degli investimenti, ma finché il contesto regolatorio non si sarà chiarito, i gestori patrimoniali non «potranno raccomandare le attività digitali come veicoli d’investimento sicuri. Possono essere promettenti, ma rimangono ancora speculativi in natura».
Dubbi ruotano anche intorno alla valutazione di Coinbase. Se i fondatori – Brian Armstrong e Fred Ehrsam – si fregano le mani per le loro quote azionarie potenzialmente miliardarie (15 e 2 miliardi, secondo Bloomberg ), alcuni analisti giudicano i fondamentali di bilancio incompatibili con un simile prezzo. Seppure in crescita a colpi di 13 mila nuovi iscritti al giorno, il business basato sulle commissioni rischia di esser spazzato via dal modello Robinhood, simbolo dell’altra rivoluzione sposata da Wall Street: il trading per tutti, a costo zero.
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