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Bini Smaghi “L’Italia rischia la credibilità sul Recovery Plan”

Sul Recovery Plan italiano «è difficile dare un giudizio, perché in pochi giorni sono significativamente cambiate le cifre riguardo alle macroaree di intervento, ma allo stesso tempo sono scomparsi i progetti. E mancano le riforme, che rappresentano una condizione essenziale per l’erogazione dei fondi». Non è benevolo lo sguardo di Lorenzo Bini Smaghi sull’iter tormentato del piano che dovrebbe “mettere a terra” i 229 miliardi tra prestiti e contributi a fondo perduto che arriveranno dall’Europa. Una cifra monstre che però – avverte Bini Smaghi, una lunga carriera tra Bankitalia e Tesoro, poi nel board della Banca centrale europea, per arrivare infine alla presidenza del colosso bancario francese Société Générale – va spesa bene e con criteri diversi da quelli, generici, visti finora. Sennò «è a rischio la credibilità dell’Italia ».
La crisi di governo monopolizza le cronache, ma il problema del Recovery Plan resta e forse peggiora alla luce di quanto sta accadendo in Parlamento.
«Serve un governo con idee chiare e in grado di fare una proposta forte.
In primavera, dopo gli Stati Generali, il premier Conte aveva annunciato che si sarebbe intervenuti su alcuni colli di bottiglia, come la giustizia amministrativa o il fisco. Come dice anche Mario Draghi bisogna fare delle scelte forti, ma forse farle – in questo momento più che mai rischia di scontentare qualcuno. Di norma per trovare un compromesso ci si mette attorno a un tavolo, si discute e si esce con un programma mediato. Qui non si è fatto nemmeno questo passaggio e quindi non si è mai arrivati a una proposta di riforme».
Insomma, il governo ha peccato di dirigismo?
«Di dirigismo del non fare perché ha deciso di non affrontare alcuni temi. La grande occasione per l’Italia di fare le riforme, alcune che vanno anche finanziate, come quella del Welfare, al momento non c’è».
Altro aspetto non risolto è quello della governance del Piano. Come andrebbe affrontato?
«La proposta sulla governance è stata svelata all’ultimo, come se fosse un segreto di Stato. E, ritirata l’idea di una task force, ora non c’è una proposta chiara e definitiva.
Invece quello della governance è un aspetto fondamentale perché tutti sanno che l’Italia non riesce da anni a spendere i fondi europei. Inoltre, sembra mancare la volontà di confrontarsi con chi ha conoscenza dei meccanismi decisionali e operativi dello Stato. Assonime, ad esempio, ha presentato uno schema ben preciso, che potrebbe rappresentare un punto di riferimento».
Assonime, cioè l’associazione delle società quotate, propone di affidare l’attuazione del Piano a un ministro senza portafoglio.
L’ex presidente del Consiglio Romano Prodi pensa invece a un ruolo per il Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica…
«Il Cipe sarebbe lo strumento amministrativo tradizionale che sulla carta appare adatto, ma avrebbe bisogno di poteri rafforzati rispetto a quelli attuali per poter funzionare da cabina di regia».
Ma l’Italia è un’eccezione negativa? Non ci sono altri Paesi che hanno problemi sul Recovery Plan simili al nostro?
«Chi sostiene che anche gli altri Paesi sono in ritardo o finanziano vecchi progetti non ha capito che l’Italia è in una posizione di maggiore fragilità rispetto a tutti gli altri. Noi non cresciamo da vent’anni, abbiamo il debito pubblico più elevato di tutti e allo stesso tempo siamo il Paese che riceve più fondi europei di tutti. C’è dunque una legittima aspettativa, da parte dei contribuenti degli altri Paesi europei che ci danno tutti questi fondi, che questi vengano utilizzati in modo efficace per riparare i problemi strutturali del nostro paese. “Altrimenti che ve li abbiamo dati a fare?”
chiederebbero giustamente».
Lo scostamento di bilancio, con l’arrivo del prossimo decreto rilancio è salito in poche ore di 8 miliardi, e si avvia ad arrivare a 32 miliardi supplementari. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri spiega che serve a far fronte a una crisi acuita dalle nuove chiusure e a finanziare la Cassa integrazione per tutto il 2021. C’è un’ubriacatura da deficit?
«Il problema in questa fase non sarebbe tanto l’aumento del deficit, se questo derivasse dalla necessità di sostenere chi soffre di più da questa crisi. Il problema è l’incapacità di cambiare i meccanismi inefficienti, per prepararci in modo efficace al dopo crisi. Ad esempio, invece di prorogare il blocco dei licenziamenti e finanziarli con una Cassa integrazione desueta, si deve riformare la Cassa e creare un sistema di welfare che aiuti chi perde il proprio posto di lavoro a trovarne rapidamente un altro. È da un anno che se ne parla».
C’è il rischio che la crisi spinga il governo ad aumentare ancora la spesa pubblica per ottenere consensi in aula o elettorali?
«Se questo fosse il caso, come cominciano a pensare alcuni all’estero, sarebbe la fine dell’integrazione politica e fiscale europea. Se chi ci ha dato i fondi per la ricostruzione scopre che sono stati spesi per il consenso elettorale, non sarà più disposto a darceli in futuro. È a rischio la credibilità del Paese».
Assieme al deficit cresce ovviamente il debito. Come si rientrerà e quando da questo peso? Fino a quando le istituzioni europee accetteranno la nostra situazione, pur con tutte le attenuanti della pandemia?
«L’importante è che dopo l’aumento del debito registrato nel 2020, ci sia una stabilizzazione ed una graduale riduzione negli anni successivi. Ciò dipende dal ritmo di crescita, e dunque dall’efficacia del Recovery Plan e delle riforme. Se la ripresa italiana sarà più lenta di quella degli altri paesi europei, i risparmiatori potrebbero cominciare a preoccuparsi quando la Bce ridurrà il ritmo dei suoi acquisti. Se a quel punto i tassi d’interesse italiani risaliranno si potrà creare un nuovo effetto “palla di neve” che metterebbe a repentaglio la sostenibilità del nostro debito. Più che delle istituzioni europee ci dobbiamo preoccupare della fiducia degli investitori nei titoli di stato italiani nei prossimi anni».
Bankitalia prevede un modesto 3,5% di crescita del Pil nel 2021. I documenti del Tesoro si spingono fin a un ben più ottimistico 6,1%.
Chi ha ragione?
«Non c’è niente di male ad essere un po’ ottimisti, ma l’importante è essere credibili. Un dato cruciale sarà quello dell’ultimo trimestre del 2020, che verrà reso noto a metà febbraio. Se Germania e Francia saranno riuscite ad evitare un calo del Pil ma noi no, la credibilità dell’intero impianto di politica economica italiana sarà a rischio».
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