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Bini Smaghi fra Renzi e Trichet il banchiere formato export

«Benvenuti nell’unione bancaria», apre Les Echos il suo articolo titolato Ecole fiorentine. «Un simbolo delle nuove regole del gioco del settore bancario europeo», puntualizza Le Monde. «La scelta di nominare un presidente non francese svela la vocazione della banca a ricoprire un ruolo fuori dalle frontiere», spiega Le Figaro. «Abbiamo un presidente di banca che parla quattro lingue: inglese, francese, tedesco e italiano», nota con qualche sorpresa L’Agefi. Poteva andare decisamente peggio. L’accoglienza della stampa francese, notoriamente abbastanza sciovinista, alla nomina di Lorenzo Bini Smaghi a presidente della Societe generale, sembra favorevole al di là di ogni speranza. La nomina, ci spiega lo stesso interessato, è stata accuratamente preparata. Già un anno fa, quando divenne operativa la direttiva europea che imponeva di dividere in due il management di vertice delle grandi banche, i “cacciatori di teste” nonché un accurato lavoro di relazioni internazionali, avevano indicato Bini Smaghi per la presidenza. Quasi non si conoscevano con Frederic Oudea, che allora assommava le due cariche di vertice e ora terrà solo quella di ammini-stratore delegato. «Ci eravamo incontrati qualche volta alla Bce quando ero membro del board », racconta Bini Smaghi. Li aveva presentati Jean-Claude Trichet, che della Bce era presidente ed era legato da un rapporto di particolare stima e amicizia con LBS. Trichet era stato in precedenza governatore

della Banque de France, è tuttora un economista stimatissimo in patria e ha avuto probabilmente un ruolo non secondario in tutta la procedura di “avvicinamento” di Bini Smaghi alla SG. Così si è arrivati alla nomina a vicepresidente non operativo il 20 maggio 2014, e quindi nell’autunno scorso all’ingresso nel consiglio d’amministrazione (dopo che LBS aveva lasciato l’analoga posizione in Morgan Stanley). Allora è cominciato il lento paziente lavoro di coordinamento fra i due e di “familiarizzazione”. «Ho voluto conoscere bene la banca, entrando dentro ogni divisione, e con l’aiuto di Oudea ho acquisito familiarità con le procedure e con le persone», racconta oggi Bini Smaghi. L’assemblea della SG dovrà ratificare il 19 maggio la “promozione” al più alto grado. Ma è previsto un presidente non operativo oppure operativo? Una via di mezzo. La gestione corrente spetta in toto a Oudea, che siede al vertice della banca dal 2009 all’indomani della tempesta scatenata dal trader disonesto Jerome Kerviel. «Io parteciperò all’elaborazione delle strategie, alle relazioni istituzionali, all’attività diplomatica nei confronti di governi e amministrazioni che per una grande banca come la Societe Generale sono importantissimi. In tutto conto di passare fra il 30 e il 40% del mio tempo in Societe Generale». Significa 10-13 giorni al mese, più di quanto ci si potesse aspettare. Per Bini Smaghi è l’inizio di una seconda vita nonché l’uscita da una terra di mezzo che palesemente gli stava stretta. La prima vita era cominciata con gli studi al liceo francese di Bruxelles, quindi laurea in economia a Bologna, Mba in California e PhD a Chicago, dopodiché una lunga e onorata carriera a partire dal servizio studi della Banca d’Italia nel 1983, proseguita come capo dell’Ufficio italiano cambi dall’88 al 1994, quindi nel 1998 capo della Divisione analisi e pianificazione dell’Istituto monetario europeo. Dopodiché dal 1998 al 2005, chiamato dall’allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi, è stato dirigente generale per i rapporti finanziari internazionali del ministero dell’Economia. Infine, nel giugno 2005 l’ingresso nel boarddella Bce, dove resterà fino al novembre 2011. Anni di fuoco a dir poco: la crisi finanziaria internazionale, l’Armageddon dell’euro, la Grecia, ma soprattutto la lettera all’Italia dell’estate 2011: «E’ stato uno dei momenti più drammatici, inutile nasconderlo, ci fu una discussione accesissima in consiglio», ricorda oggi. «Bisogna capire le circostanze: l’Italia aveva lo spread a 500, era considerata uno degli epicentri della crisi dell’euro, eppure non era vincolata a nessun impegno formale come gli altri Paesi in difficoltà Grecia, Irlanda, Portogallo. L’unico modo per stringerla sui suoi impegni era elencare le cose da fare con urgenza e ottenere un impegno verbale, nulla di più». Che nelle stesse settimane fosse cominciato il lavorìo politico sotterraneo per liberarsi di Berlusconi è un altro discorso, «che non c’entra niente con la Bce», tiene a puntualizzare LBS. Ma di lì a breve fu proprio lui, Bini Smaghi, ad essere al centro di una vicenda “dimissioni sì-dimissioni no” che ha minacciato di danneggiarne il «ferreo curriculum vitae »”, come l’ha chiamato un giornale francese commentando il suo arrivo a Parigi. «È successo, come ricorderete, che era stato designato Draghi alla presidenza Bce e si pensò che due italiani erano troppi », spiega lo stesso Bini Smaghi, senza reticenze ma a metà fra lo snervato per tornare ancora una volta su questa faccenda e la volontà di togliersi i sassolini dalla scarpa. Di fatto, per diverse settimane resistette alle pressioni, guidate dall’allora premier Berlusconi, perché liberasse in fretta la poltrona. «A dir la verità, tutte queste pressioni non le ho avvertite. A tutti, dalla Merkel a Sarkozy, con l’appoggio di Trichet avevo spiegato che avrei lasciato la posizione entro fine anno, in tempo per l’insediamento di Draghi, solo che i tempi dell’avvicendamento dovevano essere gestiti nel rispetto dell’autonomia della Bce. E tutti mi avevano capito alla perfezione. Non si doveva pensare che un banchiere centrale italiano fosse meno autonomo degli altri, e lasciasse su pressioni esterne, e questo anche per tutelare il presidente italiano che stava arrivando. Tutti a Francoforte hanno sostenuto questa posizione, che è stata spiegata anche al presidente Napolitano. Mi sono dimesso solo quando le pressioni e le polemiche che venivano quasi tutte dall’Italia chissà per quali motivi, sono finite». Attenzione alle date: Bini Smaghi si è dimesso l’11 novembre 2011, un giorno e mezzo dopo le dimissioni di Berlusconi. Come dire, non gliel’ho data questa soddisfazione. Qui comincia la terra di mezzo. Rimasto senza incarichi di prestigio, LBS si è ritirato per un po’ dalla vita pubblica. Intendiamoci: non certo per andare ai giardinetti bensì ad insegnare economia ad Harvard per un anno e mezzo (è tuttora visiting professor dell’ateneo). Quando si è trattato di scorporare la rete gas dall’Eni, poi, è stato nominato presidente di garanzia della Snam («probabilmente perché avevano capito che mi stava a cuore il concetto di indipendenza»). Intanto, ha coltivato i rapporti con l’amico di sempre Matteo Renzi («ho sottoscritto il primo pieno per il pullman delle primarie»), ha scritto editoriali per il Financial Timesnonché due libri per il Mulino: “Morire di austerità” e “33 false verità sull’Europa”. In essi, soprattutto nel primo, ha ampiamente rivisto le sue posizioni sull’atteggiamento europeo verso i Paesi in crisi. Proprio lui che alla Bce aveva fama di “falco”, al pari di Trichet. «Non è questione di falchi o colombe, il rigore certo che è indispensabile, però bisogna affiancarlo con riforme. Meno riforme di fanno e più rigore tocca fare dopo». Però nei suoi libri insiste per una pragmatica ed elastica considerazione dei fatti veri. All’unisono come sempre, anche Trichet sta rivedendo alcune sue posizioni in questi mesi. «Solo mia moglie è tuttora innamorata della Merkel», sorride finalmente rilassato: Veronica De Romanis, economista a sua volta, ha utilizzato gli anni di Francoforte per analizzare a fondo il fenomeno tedesco e ha scritto “Così la Merkel salverà l’Europa”. Normale dialettica familiar-professionale. Intanto però è arrivata la telefonata dalla Societe Generale, e la “second life” di LBS è cominciata.

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