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Bill Hwang, la «tigre» della finanza fa tremare le banche di Wall Street

Figlio di una missionaria impegnata in Messico e di un pastore protestante che lo lascia orfano durante l’adolescenza, Bill Hwang non corrisponde a ciò che ci si aspetterebbe da lui. Né per il suo approccio, né per il suo passato.

Di certo il fondatore e leader di Archegos, sul quale le maggiori banche di Wall Street hanno appena perso otto miliardi di dollari dopo avergliene prestati una cinquantina, non era al di sopra di ogni sospetto. Ma anche se aveva moltiplicato per cinquanta il suo patrimonio — da duecento milioni a dieci miliardi dal 2012 — non si è mai presentato come un cinico cacciatore di opportunità speculative. Bill Hwang ha sempre proiettato l’immagine opposta: un devoto credente che compie l’opera del Creatore a Wall Street. Che le sue operazioni fossero colossali, spericolate e soprattutto opache — come è venuto alla luce in questi giorni — a lui sembrava fosse solo parte di un disegno superiore. «Investo nella prospettiva di Dio, in base alla sua scelta di tempo. È leggendo la Bibbia che ho capito che al Signore piace assegnare le giuste valutazioni a tutto. Noi vediamo un Dio attento ai dettagli, che vuole darci abiti migliori». Così spiegava Hwang in un video del 2019 registrato per lanciare The Grace and the Mercy, la sua iniziativa per la lettura in comune delle Sacre scritture.

Originario del New Jersey, nato a metà degli anni ’60, genitori coreani, bilingue, Hwang era considerato fino a pochi giorni fa un genio nell’accumulazione aggressiva di denaro attraverso poche, robuste scommesse. «Investiamo fra 100 milioni di dollari e un miliardo per azienda», spiegava in quell’intervista del 2019. Ma investiva, soprattutto, denaro che non aveva. Spesso le sue operazioni erano strutturate con una piccola quota di capitale e una grande parte di leva finanziaria (denaro preso a prestito) al fine di amplificare gli eventuali guadagni. È un tecnica diffusa fra gli hedge fund, che però amplifica anche le perdite quando le cose non vanno per il verso giusto. Negli ultimi giorni si è avverato il secondo scenario, innescando un terremoto a Wall Street: da venerdì, grandi banche come Nomura, Credit Suisse, Ubs, Morgan Stanley, Deutsche Bank, Citigroup, Bnp Paribas e Goldman Sachs hanno improvvisamente iniziato a liquidare le posizioni di Bill Hwang su titoli cinesi come Baidu e Tencent Music o nordamericani come Shopify o ViacomCbs. Le vendite forzate di grossi blocchi di azioni hanno fatto crollare i titoli delle società coinvolte, che si sono deprezzati per 33 miliardi in poche ore. A cascata le perdite hanno trascinato inevitabilmente anche quelle delle banche creditrici, sul denaro prestato a Bill Hwang e sui titoli che egli stesso aveva portato loro in garanzia.

Era successo, semplicemente, che alcune posizioni a leva di Hwang erano finite in perdita. E lui non era più in grado di reintegrare le garanzie (di fornire cioè altri titoli o liquidità alle banche a copertura dei prestiti concessi). A quel punto gli intermediari si sono disfatti delle posizioni di Hwang nel tentativo di recuperare quanto possibile.

Qui si trova una delle stranezze dell’intera vicenda: un uomo con una storia come quella era riuscito a farsi prestare 50 miliardi, e nessuno sembrava saperlo. Perché questa non è una vicenda qualsiasi: nel 2012 Hwang si dichiara colpevole e patteggia versando 60 milioni di dollari dopo che la Sec (il regolatore dei mercati negli Stati Uniti) lo accusa di insider trading e manipolazione su alcuni titoli cinesi e americani. La piazza finanziaria di Hong Kong lo mette al bando per quattro anni. All’epoca Bill Hwang, un laureato di Ucla (Los Angeles) con un master di Business Administration a Carnegie Mellon, guidava un «Tiger cub»: un «cucciolo della tigre». La casa madre era Tiger Management del mitico Julian Robertson, il suo mentore con il quale aveva avuto risultati straordinari.

Molto della vicenda di Bill Hwang resta dunque da capire. Non è stupefacente solo che le più grandi banche di Wall Street abbiano concesso tanto credito a un uomo del suo passato, pur di raccogliere qualche commissione in più. Su quello, del resto, la Sec sta già indagando. Lo è anche che nessuno sapesse granché delle sue posizioni, perché lui si è sempre mosso in modo da restare fuori dai radar. Dopo la sua condanna, sciolto il suo hedge fund, Hwang aveva lanciato un «family office» —una boutique finanziaria solo per il suo denaro e quello dei suoi congiunti — che, come tale, non era sottoposta a obblighi di trasparenza. E aveva strutturato le sue operazioni quasi solo in derivati, senza possedere le azioni sottostanti delle imprese in cui investiva. Il vantaggio, per lui, era che la sua presenza nel capitale restava invisibile. Lo svantaggio è quello che si è visto in questi giorni: quando il giocattolo va in pezzi, si trasforma in un ordigno.

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