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Bilancio Intesa a gonfie vele apre all’Ipo del risparmio gestito

Risultati con il vento in poppa per il bilancio di Intesa che in Borsa è stata premiata con un rialzo del 4,02%. La banca guidata da Carlo Messina ha proposto la distribuzione di un dividendo di 1,2 miliardi (superiore alle attese degli analisti) a fronte di un utile netto di 1,251 miliardi (ma sarebbe stato di 1,7 senza l’aumento retroattivo della tassazione sulla partecipazione in Banca d’Italia).
Intesa ha sottolineato di avere una redditività superiore agli obiettivi di Piano 2014-2017 ed ha confermato per il 2015 la distribuzione di un dividendo corposo: «Il 2015 vedrà un ulteriore aumento dei ricavi e della gestione operativa e una riduzione significativa del costo del rischio: l’obiettivo di 2 miliardi di dividendi è pienamente confermato», ha detto Messina, forte di un Common equity che salito al 13,3% (rispetto al 12,3% di un anno fa) livello top tra le maggior banche europee. I punti di forza del bilancio sono l’andamento degli interessi netti e la forte crescita delle commissioni (+10,5% rispetto a 2013, le più elevate dal 2007) grazie alla sostenuta dinamica del risparmio gestito. In miglioramento anche i flussi di nuovi crediti deteriorati provenienti dai crediti in bonis, che nel 2014 hanno registrato il valore più basso dal 2011 mentre gli stanziamenti a fronte dei rischi creditizi sono scesi del 36,2%, includendo le rettifiche richieste dall’Aqr.
Ma il punto su cui Messina è tornato a battere è proprio quello del risparmio gestito: «Ho considerato la possibilità di procedere a un’ipo e non ho ancora deciso — ha detto — potrebbe riguardare il private banking o l’asset management, o entrambi. In ogni caso, manterremmo il controllo» e la volontà di crescere. Molto più tiepido invece sull’ipotesi bad bank: «Se non darà vantaggi significativi non ho intenzione di parteciparvi» ha spiegato visto che il gruppo «è già sufficientemente bravo nella gestione dei crediti deteriorati». Zero interesse, infine, nel processo di consolidamento che interesserà le popolari, se non come opportunità, nelle more delle fusioni: «soprattutto nell’area del private banking: potremmo sottrarre clientela».
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