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Bilancio e crediti, prova di scadenza

Per le chiusure dei bilanci 2012, la corretta determinazione delle scadenze dei crediti rileva sia per la consueta imputazione degli interessi di mora attivi tra i proventi finanziari (se l’incasso non è dubbio), sia ai fini della nuova deduzione fiscale (con conseguente riduzione delle imposte di competenza) delle perdite su crediti di modesto importo, scaduti da oltre sei mesi. Ma non sempre la scadenza e il tasso di interesse, applicabile in caso di mancato pagamento, sono concordati tra le parti e, se lo sono, spesso non sono coerenti con le regole che dovrebbero essere applicate allo specifico contratto. Nella tabella qui a fianco sono riportate le principali scadenze di pagamento e la misura degli interessi moratori.
Per gli interessi di mora attivi, il principio contabile Oic 15 prevede la loro imputazione per competenza e la svalutazione nei casi in cui il loro incasso sia “dubbio”. Fiscalmente, in deroga al generale principio di competenza, invece, gli interessi di mora sono tassati solo quando sono percepiti. Dal periodo d’imposta 2012, poi, gli «elementi certi e precisi», che accertano la perdita del credito (consentendone la deduzione fiscale), «sussistono in ogni caso” (cioè senza alcuna altra formalità), quando contemporaneamente il credito è scaduto da almeno sei mesi ed è di «modesta entità», cioè di importo non superiore a 5mila euro per le imprese con volume d’affari o ricavi non inferiori a 100 milioni di euro e non superiore a 2.500 euro per le altre imprese.
Quindi, per individuare quanti interessi registrare tra i proventi del bilancio e per dedurre fiscalmente la perdita su crediti, vanno determinati il termine di pagamento e i tassi da applicare al contratto.
La normativa europea sugli interessi di mora, disciplinata dal decreto legislativo 231/2002 (nella versione in vigore fino al 2012), si applica alle transazioni commerciali stipulate dall’8 agosto 2002 al 31 dicembre 2012. Per quelle concluse dal 1° gennaio 2013, invece, si applicano le novità introdotte alla suddetta normativa dal decreto legislativo 9 novembre 2012, n. 192. Ad esempio, il tasso degli interessi legali di mora (attualmente dell’8,75%) non è più collegato al saggio d’interesse del principale strumento di rifinanziamento della Banca centrale europea (Bce), ma dipende dal tasso di riferimento Bce all’inizio del semestre solare ed è maggiorato di 8 punti percentuali (non più di 7 punti). Da quest’anno, poi, quando il debitore è una pubblica amministrazione, è possibile pattuire per iscritto che i termini di pagamento di legge di 30 giorni (ad esempio, dalla data di ricevimento della fattura) siano aumentati a un massimo di 60 giorni, se ciò è «giustificato dalla natura o dall’oggetto del contratto o dalle circostanze esistenti al momento della sua conclusione». Sempre quando il debitore è la pubblica amministrazione, inoltre, non è più possibile diminuire il tasso degli interessi, possibilità concessa, invece, nelle transazioni tra imprese, a patto che ciò non sia gravemente iniquo per il creditore.
Fino al 31 dicembre 2012, infine, la norma prevedeva la messa in mora automatica solo se il contratto fra le parti non prevedeva alcun termine di pagamento. Per i contratti conclusi dal 1° gennaio 2013, invece, anche il mancato pagamento alla scadenza prevista comporta il decorrere degli interessi, senza la costituzione in mora.

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