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Bilancio comune e unione politica Cosa chiedono i «saggi» della Ue

Corre l’idea che il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble abbia proposto di istituire un’eurotassa per creare un bilancio comune dell’Eurozona. Non è vero. Il suo ministero ha detto che parlare di eurotassa «è fuorviante».
Corre l’idea che il presidente francese François Hollande abbia proposto un’unione politica da fare al più presto, e in contrasto con la Germania. Non è così: lo scorso maggio, Parigi e Berlino hanno proposto una serie di riforme in un documento comune e per trovare l’unione politica occorre fantasia.
Corre l’idea, sottolineata ieri dal Fondo monetario internazionale, che la Bce debba assumere un ruolo ancora maggiore in crisi come quella greca: ma l’istituzione guidata da Mario Draghi ha più volte chiarito di non potere e non volere essere supplente della politica.
Siamo entrati nei giorni della confusione. Che, in seguito alla crisi greca, succedesse era forse inevitabile. Per la prima volta, l’eventualità che un Paese potesse uscire dall’Unione monetaria è entrata nei dossier ufficiali dell’Eurozona. E questo cambia un po’ tutto, è l’opinione generale, espressa ieri dal membro del consiglio esecutivo della Bce, Benoît Cœuré, il giorno prima dal ministro dell’Economia italiano Pier Carlo Padoan e da altri. Occorrono riforme — si dice — per evitare che a ogni crisi la strada per la Exit si apra per l’uno o per l’altro.
La confusione, però, rischia di diventare caos: si sventolano obiettivi generici, senza dire come, quando e con che forze raggiungerli. Andare in vacanza così metterà di umore ancora peggiore gli europei, già piuttosto adombrati con l’Europa.
In realtà, sui tavoli dei governi ci sono una serie di documenti di riforma dell’Eurozona e della Ue. Diversi, in qualche caso divergenti: ma con una loro logica. È su quelli che forse occorrerebbe discutere. Il più rilevante è il Rapporto dei 5 presidenti: Jean-Claude Juncker (Ue), Donald Tusk (Consiglio europeo), Jeroen Dijsselbloem (Eurogruppo), Mario Draghi (Bce), Martin Schulz (Parlamento Ue). Propone interventi in tre fasi. La prima, entro la metà del 2017, dice di usare al meglio i trattati europei esistenti per migliorare la competitività e «la convergenza strutturale» dei Paesi (riforme), per mantenere il controllo dei bilanci pubblici e per migliorare i meccanismi democratici. La seconda fase consisterebbe nel completare, dopo il 2017, l’architettura istituzionale dell’Unione monetaria, rendendo obbligatorie e misurabili le convergenze.
Qui ci sono state critiche, perché i presidenti non avrebbero voluto interferire, con iniziative troppo ambiziose che comporterebbero operazioni delicate come il cambiamento dei trattati, nelle elezioni tedesche e francesi che si terranno nel 2017. Bisogna tenere però conto che il Rapporto è stato presentato prima della fase acuta della crisi greca, quando non si immaginava il referendum di Atene del 5 luglio. Oggi, il passo andrebbe accelerato: ma i capi di governo non hanno ancora iniziato a occuparsene.
La terza fase, finale, al più tardi dal 2025, sarebbe la vita dopo che tutte le riforme e i cambiamenti sono stati effettuati.
In parallelo, lo scorso maggio i Paesi dell’Eurozona hanno presentato «contributi» nazionali di dibattito. Germania e Francia, ad esempio, sono state sul generale e hanno proposto un piano in quattro punti, con misure per la crescita e la convergenza economica, di bilancio e sociale, per la stabilità finanziaria e per il rafforzamento della governance dell’Eurozona. Niente di straordinario, ma anche in questo caso il documento sarà forse sviluppato da Berlino e Parigi, dopo la crisi con Atene. L’idea di un budget autonomo e di un ministro delle Finanze dell’Eurozona potrebbe essere l’asse su cui lavoreranno tedeschi e francesi.
Per parte sua, l’Italia ha presentato un documento ambizioso. Oltre che di passi avanti istituzionali, parla dell’importanza — ribadita anche di recente da Padoan — di completare l’Unione bancaria e di creare un sistema di garanzia dei depositi bancari dell’area euro, passi fondamentali per dare stabilità all’Eurozona. E chiede esplicitamente di seguire le indicazioni che usciranno dal «Monti Group», cioè dalla commissione «ad alto livello» guidata da Mario Monti incaricata di effettuare proposte per alimentare un bilancio comune della Ue, e di conseguenza dell’area euro.
Altri Paesi hanno presentato proposte: ad esempio, la Spagna punta ad arrivare a un trasferimento di poteri all’Unione monetaria per quanto riguarda entrate e uscite dai bilanci nazionali, a un budget dell’Eurozona, a strumenti comuni di debito (Eurobond).
Non è dunque che non si sappia cosa fare e che manchino le proposte. Servirebbe però una leadership politica per mettere ordine nel dibattito e nella road-map da seguire. Anche perché gli ostacoli da superare, se si vuole riformare l’Eurozona, sono formidabili. Due, tanto per dire. Cambiamenti radicali richiedono modifiche ai trattati europei. Che in molti Paesi dovranno passare per referendum o, come in Germania, per modifiche costituzionali. Sono disposte, oggi, le opinioni pubbliche a trasferire poteri nazionali all’Eurozona? Così a freddo, probabilmente no: c’è qualche leader capace di scaldare i cuori?
La seconda, non da poco. Se l’Eurozona riuscisse a unirsi di più, cosa succederebbe a quei Paesi della Ue che non ne fanno parte? Non sono insignificanti: Gran Bretagna, Polonia, Danimarca, Svezia, per dire. Li si danno per persi o serve un piano per tenerli legati? Sfide enormi, per i governi, da portarsi in vacanza.
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