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Il bilancio amaro di Vegas Nei sette anni alla Consob passi falsi e meno quotate

L’assemblea Consob di lunedì sarà anche l’ultima del settennato di Giuseppe Vegas. Il presidente, ex viceministro dell’economia del governo di centrodestra con Giulio Tremonti a via XX settembre, si presentò ad inizio 2011 con un messaggio politico forte, quasi che non vi fosse troppa discontinuità con il Tesoro e l’authority di mercato: una semplificazione del corpus di regolamenti interni e il progetto “Più Borsa”, per aumentare la quotazione delle imprese a Piazza Affari dalle 272 di allora sul listino principale. Sette anni dopo – anche se sono stati sette anni di iella vera – la Borsa di Milano si ritrova con 258 quotate e molte illustri defezioni tra cui Lottomatica, Luxottica, Diasorin, Fca, Pirelli, Italcementi. L’impresa si è rarefatta sul mercato nazionale, restano le banche, giusto perché non possono emigrare. Piazza Affari sale o scende in base alle parole di Mario Draghi sui tassi, che muovono il settore finanza. Quanto alla “semplificazione” annunciata, l’ultimo importante prospetto autorizzato dalla Consob, quello dell’aumento di capitale da 13 miliardi di Unicredit, ha battuto anche il record di pagine: circa 1.500 con gli annessi.
Il bilancio dell’ultimo settennato della Consob parte da qui. Poi si potrebbe condirlo con le crisi e gli incidenti di vario tipo che hanno investito l’Italia, facendone un paese più povero e meno attraente per chi investe e imprende. Come contesto, la coda della crisi dei subprime e tutta quella dei debiti sovrani; l’impatto della vigilanza unica bancaria in Europa, l’avvento del bail in e la riscrittura delle regole comunitarie su prospetti, Mifid, trasparenza; e in mezzo il cambio di quattro presidenti del consiglio, con instabilità politica permanente. «Sette anni vissuti pericolosamente », dice chi conosce l’economista milanese, lavoratore indefesso che ha guidato l’istituzione collegiale con tratti autocratici. Come risultati, qualche influenza sulle riforme governative di voto multiplo e maggiorato, soglia variabile dell’Opa, incentivi fiscali alla quotazione: ma anche diverse scottature. Come non ricordare le polemiche sui favoritismi a Unipol/Mediobanca nella contesa con Sator di Matteo Arpe per le spoglie della Fonsai dei Ligresti; il naufragio dei bond subordinati bancari dai prospetti autorizzati (tra quelli azzerati delle quattro banche ponte a quelli, azzerandi, di Mps, Vicenza e Veneto Banca); l’ok ai prospetti di approdo in Borsa delle due banche venete, nemmeno un anno fa, che se quotate avrebbero prodotto un disastro sul mercato anche maggiore; il ripensamento sui derivati Alexandria della banca senese, fatti contabilizzare come tali solo nell’ottobre 2015, così da preparare il campo alle 2mila parti civili che ora chiedono i danni alle gestioni di Fabrizio Viola e Alessandro Profumo. L’effetto, diffuso e generalizzato, è di una Consob sempre più bancaria, in rincorsa del mercato dietro la curva, e complice – in compagnia della Banca d’Italia – della disaffezione di chi investe e opera nel Paese.
Di queste cose, pur rivendicando com’è logico il suo operato, Vegas parlerà lunedì, tratteggiando un bilancio dei mercati odierni, dove i costi della regolazione assillano le imprese, e il rischio di un’ossessiva cura (ex post) dei rischi porta a non investire: basta guardare ai depositi inerti degli italiani, che dal 2007 sono aumentati da 1.000 a 1.367 miliardi. Il passaggio di testimone di Vegas è racchiuso nel piano triennale Consob 2016-2018, i cui tre obiettivi strategici sono «favorire la diversificazione del sistema finanziario nazionale per una crescita sostenibile del mercato», «tutelare gli investitori promuovendo scelte consapevoli e riducendo il rischio di pratiche lesive», «implementare un assetto organizzativo coerente con il mutevole contesto». Anche il governo di Paolo Gentiloni, rafforzato dalle primarie di Matteo Renzi, ha le sue idee sulla Consob del futuro. Il leader del Pd cercò di regolare i conti con Vegas già a fine 2015, con la nomina dei commissari Giuseppe Maria Berruti e Carmine Di Noia, che hanno reso più collegiale e meno monocratica la Commissione. C’è ancora posto per un commissario e non è detto che non sbuchi un nome per la prossima volata. Magari un economista – meglio ancora un’economista – che possa affiancare il magistrato Berruti a garanzia di un’authority attenta alle tutele ma anche alle prassi del mercato d’oggi.

Andrea Greco

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