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Bilanci delle Pmi, bene solo il patrimonio

Le piccole e medie imprese, dal 2009, hanno visto crescere il proprio patrimonio di circa 54 miliardi. È l’unica nota positiva che emerge dalla lettura dei bilanci delle aziende italiane di Cerved Group, società specializzata nell’analisi del rischio del credito delle imprese. La crescita riguarda soprattutto le Pmi, che nel 2012 hanno aumentato il proprio capitale netto più di quanto avevano fatto nel 2011 (si veda infografica), ma interessa anche le micro e le grandi imprese. Le buone notizie, però, finiscono qui. Anche perché le aziende italiane – come ha ricordato giovedì scorso il ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni – sono ancora sotto patrimonializzate.
«Se nel 2009 la crisi aveva intaccato la profittabilità delle imprese – spiega Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato di Cerved Group – oggi ad essere compromessa è la loro struttura portante». I 214mila rendiconti analizzati dalla società, infatti, illustrano per le imprese italiane una crisi che sembra non aver fine. «Per rendere l’idea del peggioramento della congiuntura – aggiunge De Bernardis – basta dire che nel passato confrontavamo gli ultimi dati con quelli del 2007, che rappresentavano la nostra economia prima della crisi, oggi lo facciamo con il 2009, l’anno horribilis per le imprese. Nonostante questo, diversi indicatori registrano performance peggiori di quell’anno».
Il quadro fortemente critico non può che enfatizzare l’unico spiraglio di luce: la patrimonializzazione delle imprese che, nonostante la difficoltà del momento, continua a migliorare.
Nel 2012 – si legge nell’Osservatorio di Cerved Group – il capitale netto delle società analizzate è aumentato del 3,7%, portando il valore del patrimonio a un livello del 12,8%, maggiore rispetto a quello del 2009. «Un’iniezione di capitali che certamente sta facendo bene alle imprese ma che, senza un ritorno alla profittabilità, non le salverà dalla crisi».
Ma come si sono mossi gli imprenditori per rafforzare il patrimonio delle proprie aziende?
Le strade percorribili non sono molte: ingresso di soci, linee di credito bancario dedicate alla patrimonializzazione, utilizzo di capitale proprio. Guardando agli interventi dei private equity o dei venture capitalist, però, nel 2012 non emergono incrementi di operazioni destinate a questo.
«Il private equity – spiega Anna Gervasoni, direttore generale di Aifi – anche nel 2012, e nonostante la crisi, ha fatto il suo lavoro distribuendo alle imprese più di tre miliardi di euro. C’è stata una sostanziale stabilità nelle risorse investite, rispetto al 2011, ma i primi sei mesi dell’anno hanno registrato un incremento del 10% delle operazioni, orientate, più che verso singoli settori, su imprese eccellenti, che abbiano già operato delle revisioni interne». Una selezione virtuosa che anche il ministro dell’Economia vorrebbe applicare all’Ace (aiuto alla crescita economica), per non distribuire risorse a pioggia ma, al contrario, favorire solo imprese che investano o assumano.
«Da anni ormai – spiega Gianfranco Torriero, responsabile Direzione strategie e mercati finanziari dell’Abi – le banche e l’Abi, anche con le associazioni degli imprenditori, lavorano per rafforzare la consapevolezza delle imprese sull’importanza di avere una adeguata struttura del passivo, elemento rilevante per una solidità finanziaria. Le banche, per esempio, hanno attivato linee di credito destinate specificatamente ad accompagnare le imprese nel loro rafforzamento patrimoniale. I risultati positivi registrati negli ultimi anni sulla patrimonializzazione non possono ancora essere considerati come un cambiamento epocale e generalizzato: sono piuttosto riconducibili a scelte di singole imprese che, magari grazie a una forte vocazione internazionale, hanno deciso di scommettere sulle proprie potenzialità, proprio in un periodo di forte crisi, attingendo dal proprio portafoglio».
Ma è storia di pochi. Dopo due anni di lenta ripresa, infatti, il fatturato delle imprese ha registrato nel 2012 un calo del 2,1% sul 2011. Nonostante il taglio dei costi esterni la redditività è crollata: il 17,3% delle società analizzate – quasi una su cinque – ha registrato un Ebitda in rosso, la percentuale si attestava al 15% nel 2009. Una situazione che ha reso gli oneri e i debiti finanziari meno sostenibili dalle imprese. «Se la situazione è grave – conclude Torriero – anche perché la crisi dura ormai da cinque anni, figuriamoci cosa sarebbe successo se fossimo stati fuori dall’euro e non avessimo potuto beneficiare di un tasso della Bce a 0,50%».

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