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Bilanci, dati aggiuntivi con limiti

MILANO
Quando il giudice intende sollecitare il principio di chiarezza nella redazione del bilancio – esigendo informazioni ulteriori rispetto a quelle richieste dalla legge – deve darne ampia e congrua motivazione in sentenza. La clausola generale dell’articolo 2423, comma 3, del Codice civile («Se le informazioni richieste da specifiche disposizioni di legge non sono sufficienti a dare una rappresentazione veritiera e corretta, si devono fornire le informazioni complementari necessarie allo scopo ») non può infatti trovare applicazione automatica, ma deve avere una reale funzione di “intellegibilità” delle poste di bilancio, non raggiungibile con gli altri dati rappresentati.
Il principio è parte della sentenza 2190/16 della Prima sezione civile – depositata ieri – con cui la Corte ha accolto vari rilievi dell’impugnazione di una Spa catanese contro la decisione del tribunale di appello locale, nell’ambito di una annosa controversia innescata da due ex soci.
Tra i diversi motivi di ricorso figura anche quello relativo alla voce di oltre 1,1 miliardi di vecchie lire, appostata in bilancio quali «fatture da ricevere» in mancanza «di qualsiasi spiegazione o chiarimento nella nota integrativa», violando così – secondo i giudici d’appello – il principio di chiarezza anche nel bilancio in forma abbreviata. Seguendo questo punto di vista, la deroga normativa di semplificazione alla disciplina comune del bilancio «non tocca il conto economico, sicchè anche la nota integrativa non può far regredire lo standard informativo che ad esso si correda».
Tuttavia i giudici della Prima hanno censurato la tesi dei colleghi di merito, partendo proprio dalle modalità con cui era stato redatto il bilancio impugnato. L’eccezione sollevata dal Tribunale, secondo cui la particolare rilevanza della posta di bilancio (poco meno di 600mila euro attualizzati) insieme alla generica posta «fatture da ricevere» giustificherebbero da sè solo l’obbligo di ulteriori informazioni, è nel caso specifico infondata. Gli amministratori, infatti, avevano raggruppato i debiti sotto un’unica voce e un’unica posta e, tra l’altro, avevano suddiviso i debiti in ulteriori sottovoci. In questo contesto, scrive il relatore, «il solo riferimento all’entità della voce deve ritenersi insufficiente a dar conto del ricorso alla clausola generale» dell’articolo 2423 comma 3 del Codice civile. Questo perchè la leva della «rappresentazione corretta e veritiera» lì contenuta deve essere utilizzata dal giudice «in modo controllato, dandone ampia e congrua motivazione e spiegando le ragioni per le quali l’osservanza delle disposizioni di legge che fissano lo standard minimo prescritto, non consentano nel caso di avere la chiara rappresentazione del bilancio, in funzione della finalità di informazione dei soci e dei terzi della situazione patrimoniale, finanziaria ed economica della società».
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