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I big Ue giocano la carta degli investimenti

Infrastrutture digitali, trasporti, ambiente e innovazione. In attesa della legge di Bilancio italiana nelle manovre per il 2018 Francia e Germania giocano la carta degli investimenti per dare manforte alla ripresa dell’economia.
Con il «Grande piano di investimenti» annunciato a fine settembre il presidente francese Emmanuel Macron tiene fede a una delle promesse fatte in campagna elettorale ed è pronto a dispiegare 57 miliardi da qui al 2022. Per l’anno prossimo il tesoretto disponibile sarà compreso tra i 7 e gli 8 miliardi.
Quattro priorità
Le aree prioritarie saranno quattro, con interventi mirati e 25 azioni concrete per «cambiare la traiettoria e assicurare una crescita duratura». La prima – come si legge nel piano preparato dal consigliere economico dell’Eliseo, Jean Pisani-Ferry – è la transizione “verde” a cui sarà destinata la dote più consistente – 20 miliardi in cinque anni – per migliorare l’efficienza energetica degli edifici e favorire l’utilizzo di auto a basse emissioni di gas serra. Parigi, inoltre, intende investire 15 miliardi sulle competenze con la formazione di un milione di disoccupati con più di 25 anni senza un diploma. Non solo: un altro grande fronte sarà l’innovazione e la competitività per promuovere l’eccellenza scientifica, rafforzare il legame tra ricerca pubblica e privata e sostenere le imprese più innovative. Infine, 9 miliardi verranno destinati alla conversione dei servizi pubblici al digitale, a partire dal settore della sanità.
Rispetto all’ammontare totale solo 24 miliardi saranno risorse fresche per conciliare l’esigenza di rilancio con la riduzione del Moloch della spesa pubblica (uno dei grandi punti deboli di Parigi) e con l’uscita dalla procedura di deficit eccessivo aperta nel 2009 dalla Commissione Ue, che Parigi vorrebbe vedere archiviata l’anno prossimo. La parte restante sarà costituita da prestiti e fondi di garanzia con un ruolo di primo piano della Caisse des dépôts e non avrà dunque un impatto sul deficit, mentre altre risorse verranno attivate grazie al riorientamento di progetti esistenti. Ciascun ministero avrà un budget preciso destinato agli investimenti. «Il piano francese – sottolinea il direttore di Bem Research, Carlo Milani – è ambizioso e positivo. I quattro temi prioritari sono tutti legati tra loro ed è interessante che il capitolo più corposo sia quello per la green economy, anche alla luce della volontà di andare avanti con il trattato di Parigi sul clima».
«Consolidare e investire»
Al di là del Reno il budget per il 2018 e il Piano finanziario fino al 2021 sono stati approvati a fine giugno dall’esecutivo uscente. Una parte delle slide che accompagnano i dati porta un titolo eloquente: «Konsolidieren und investieren» (consolidare e investire). In piena campagna elettorale la coalizione Cdu-Csu puntava a 36,4 miliardi di spesa per investimenti per arrivare a 37,1 miliardi nel 2018 e intendeva destinare quasi la metà delle risorse ai trasporti e alle infrastrutture digitali. Il bilancio federale è però complesso. «Questa quota – spiega Kristina van Deuverden, economista del Diw Berlin specializzata in finanza pubblica – comprende sia gli investimenti effettivi a livello federale sia i trasferimenti ai Länder e alle municipalità per effettuare investimenti». Senza i trasferimenti l’obiettivo di spesa per investimenti a livello federale nel 2018 era di 10,4 miliardi, in aumento rispetto agli 8,8 del 2016.
Sarà però difficile che questi numeri possano trasformarsi in risorse vere e proprie, perché questa settimana iniziano le consultazioni per la nuova coalizione “Giamaica” che potrebbe mandare in soffitta anche il budget che per l’ultima volta porta la firma del ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble e adottare una nuova bozza di bilancio che dovrà essere approvata dal Parlamento. Il tema, però, è caldo.
Pressing internazionale
Da tempo le principali organizzazioni internazionali, dalla Commissione Ue all’Ocse fino al Fondo monetario, sollecitano Berlino, prima della classe con conti pubblici addirittura in surplus, a mettere mano al portafoglio e a investire di più. A rendere evidente l’urgenza sono anche i dati sugli investimenti pubblici che oggi valgono il 2,2% del Pil contro il 3,4% della Francia. Non solo: a Berlino la spesa per investimenti vale appena il 5% rispetto alla spesa totale, un punto in meno rispetto a Parigi.
«Con finanze pubbliche in ordine – fa notare van Deuverden – ci sono certo i margini per aumentare la spesa per investimenti». Non è però un’impresa facile, perché «la responsabilità degli investimenti, in particolare le costruzioni, ricade soprattutto sugli enti locali. Questo significa che se lo Stato federale vuole innalzare la quota deve modificare l’impostazione della politica di bilancio. L’unico modo per farlo è aumentare i trasferimenti per gli investimenti. Anche se poi è difficile stabilire se le quote trasferite si traducano effettivamente in investimenti aggiuntivi. Negli ultimi anni ci sono stati tentativi di creare un fondo dedicato per accrescere la dote degli investimenti per le municipalità più povere, ma è solo il primo passo».
Il percorso appare però in salita. Il ritardo tedesco, conclude Milani, «è preoccupante: è necessario agire a lungo termine perché bassi investimenti mettono a rischio la produttività della locomotiva d’Europa».

Chiara Bussi

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