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I Big tech nel mirino di Washington Facebook paga multa da 5 miliardi

Parte lancia in resta una nuova offensiva a tutto campo dell’antitrust americano contro i protagonisti dell’economia digitale, incalzati dall’accusa d’esser diventati troppo dominanti. Il Dipartimento della Giustizia di Washington ha sollevato il sipario su una rara campagna che prende di mira collettivamente, di fatto se non per nome, i leader indiscussi d’un intero settore, Google di Alphabet e Apple, Amazon e Facebook. Il sospetto: che con pratiche monopolistiche danneggino la concorrenza e, dopo esserne stati all’avanguardia, l’innovazione.

L’indagine-ombrello è stata illustrata dal responsabile antitrust del Guardasigilli, Makan Delharim, che si avvarrà della cooperazione dell’altra authority con voce in capitolo, la Federal Trade Commission. «Senza la disciplina d’una significativa concorrenza – ha indicato – le piattaforme digitali possono agire con modalità che non rispondono ai consumatori». Il Dipartimento ha aggiunto: «Valuteremo le condizioni competitive sui mercati online». Più precisamente sotto esame sono le piattaforme che dominano il segmento dei motori di ricerca, l’e-commerce e i social media.

L’offensiva federale promette di moltiplicare le pressioni per un’inedita trasparenza e regolamentazione del settore, intensificatesi su scala internazionale dagli Stati Uniti all’Europa. In gioco negli Usa è la reinterpretazione dei mandati anti-monopolistici nell’era Internet: perde rilevanza il tradizionale accento sui prezzi quale misura di danni ai cittadini, lasciando il campo a approcci olistici. Con servizi spesso gratuiti o a basso costo, il potere di questi colossi si manifesta altrove, nel soffocamento di aziende e tecnologie rivali o in “cartelli” su salari e lavoro. È un dibattito che coinvolge le istituzioni più diverse, da governo e centri di ricerca fino alla Federal Reserve, che vi dedicò l’ultimo seminario annuale a Jackson Hole la scorsa estate. In Congresso trovano eco radicali proposte di scorpori, ad esempio imponendo a Facebook di cancellare le acquisizioni di WhatsApp e Instagram.

La decisione delle autorità era ormai in preparazione da tempo. Google nei mesi scorsi è finita sotto la lente del Dipartimento della Giustizia per sospetti comportamenti monopolistici. Apple è stata criticata perché premierebbe irregolarmente le proprie App nel suo negozio online. Il governo ha già ascoltato a porte chiuse scettici dei colossi hi-tech. Adesso potrebbe arrivare un salto di qualità: la nuova inchiesta può sconfinare anche al di là dell’antitrust, esaminando il rispetto di numerose leggi e norme con preoccupazioni sia conservatrici che progressiste. Il Ministro della Giustizia William Barr ha chiarito di non vedere di buon occhio la crittatura di gadget e tecnologie che ostacola la polizia. Ma resta anche aperto il capitolo delle tasse pagate o eluse dai re globali delle proprietà intellettuali. Ed è possibile, se ci sarà la volontà politica, affidare maggiori poteri all’antitrust e varare una nuova legge nazionale sulla privacy oggi assente.

Facebook è oggi il volto più noto e esemplare delle controversie e della nuova urgenza sentita delle autorità: è stata ufficializzata proprio ieri dalla Ftc una prevista multa record da cinque miliardi – «senza precedenti», ha detto il chairman dell’ente Joseph Simons – contro il social network per violazioni della privacy venute alla luce nel caso di Cambridge Analytica, dove 87 milioni di utenti erano stati «passati» senza consenso a una società di consulenza assoldata da Donald Trump. Sono in seguito emersi scandali di disinformazione, a volte con tragiche conseguenze. Facebook, oltre a rendere conto alla Ftc, pagherà cento milioni alla Sec per inadeguata trasparenza con gli investitori sulle violazioni. E all’azienda non basterà aprire il portafoglio: Simons le ha intimato di «cambiare l’intera cultura sulla privacy».

Di sicuro Facebook ha accettato nuova supervisione, con un comitato indipendente del Board sulla privacy che il chief executive Mark Zuckerberg non potrà smantellare e con verifiche periodiche di revisori esterni. Zuckerberg dovrà certificare ogni trimestre di persona il rispetto degli obblighi di privacy, pena sanzioni civili e penali. Facebook, stando al j’accuse dettagliato della Ftc, ha fatto ricorso a strategie e sistemi ingannevoli in grado di erodere la protezione di dati personali, violando intese del 2012 con la Ftc. Ha abusato di numeri di telefono, ottenuti per ragioni di sicurezza, a fini di pubblicità mirate. Ha nascosto agli utenti l’utilizzo automatico del riconoscimento facciale. A testimonianza del clima critico, la sanzione è stata approvata solo di stretta misura dalla Ftc: i due commissari democratici, su cinque totali, hanno bocciato le misure come troppo deboli, in particolare contro Zuckerberg che rimane al comando. I dissidenti avrebbero voluto portare in tribunale Facebook e hanno affermato che mancano adeguate «svolte nella struttura e negli incentivi finanziari causa delle violazioni» e «restrizioni su tattiche di sorveglianza di massa e pubblicitarie del gruppo».

Marco Valsania

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