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Big data al servizio del futuro

Le grandi sfide dell’uomo si chiamano riscaldamento climatico, utilizzo delle risorse della Terra, salute e diffusione delle malattie. Tutti ambiti in cui l’analisi e la comprensione dei dati a disposizione sono fondamentali per garantire un futuro migliore o, nella peggiore delle ipotesi, anche solo un futuro a molti. Ci sono poi i grandi cambiamenti sociali come la Brexit o la marcia di Trump alle primarie Usa e anche in questi casi la mole di dati a disposizione può aiutare a capire di più su quanto sta accadendo. Sebbene, sostiene Mario Rasetti, presidente dell’Isi Foundation (Institute for scientific interchange) con sedi a Torino e New York e autorità a livello mondiale nell’ambito dei big data, a oggi sulla salute e sul clima i dati sono «sicuramente uno strumento interessante per fare analisi e interventi» mentre nei sistemi complessi come quelli sociali, formati dalle persone che interagiscono tra loro, le difficoltà di predizione sono maggiori. Comunque la si metta, il futuro dell’uomo così come la sua vita quotidiana potranno dipendere da quello che si farà sfruttando i dati a disposizione.
Rasetti è stato uno degli ospiti che ieri hanno aperto la Class Digital Experience Week a Milano, la settimana dedicata al digitale organizzata da Class Editori (che partecipa al capitale di questo giornale). «Una settimana che non è rivolta a chi conosce già il digitale», ha spiegato Paolo Panerai, vicepresidente e amministratore delegato della casa editrice, «ma realizzata con l’idea che queste conoscenze devono arrivare a tutti». Perciò durante la Class Digital Experience Week (realizzata con il patrocinio dell’Agenzia per l’Italia digitale, Regione Lombardia, Comune e Camera di commercio di Milano) ci saranno mostre, eventi, conferenze e laboratori aperti a tutti (il programma su www.classdigitalweek.it).

All’incontro «Salute, economia, clima e sicurezza. Come usare gli algoritmi per migliorare la qualità della vita», oltre a Rasetti hanno partecipato altri due studiosi che si occupano di big data, Alessandro Vespignani (Isi Foundation – Chair of the Science Board & Notheastern University Boston) e Ciro Cattuto (director of science Isi Foundation). Il punto di partenza è la mole di dati che ciascuno di noi produce ogni giorno: «Nel mondo 4,7 miliardi di persone hanno il cellulare», ha detto Rasetti, «si mandano 410 miliardi di email al giorno, 35 miliardi di sms e si postano su Facebook 700 milioni di foto». I dati prodotti ogni anno sono pari a 6 zettabyte, un numero inimmaginabile: in 1 zettabyte la Library of congress di Washington ci sta 4 milioni di volte.
E allora che si fa con tutti questi dati? Ci sono tre passi da compiere: estrarre informazione, estrarre conoscenza dall’informazione, trasformare conoscenza in sapere.
«Ora, per esempio», ha aggiunto Rasetti, «abbiamo una quantità sterminata di dati sul clima, utilizzandoli potremmo cercare di limitare l’aumento di temperatura a un grado anziché ai 4/5 gradi a cui sappiamo che si andrebbe incontro». Allo stesso modo i dati rivelano quanto tempo ancora l’uomo potrà andare avanti consumando al ritmo attuale, prima che le risorse della terra si esauriscano.

I dati, però, non necessariamente sono sempre big. «Ci sono dati non giganteschi, ma nuovi», ha sottolineato Vespignani, «non pensabili fino a pochi anni fa». I dati da soli, inoltre, non parlano del futuro: «I modelli sono la nostra sfera di cristallo». Modelli che da una parte danno comunque previsioni come quelle del tempo, non certezze, dall’altra sono sempre da migliorare. Così, nel caso della Brexit la lezione è che «non basta il senso comune», ma che i sensori da monitorare sono tanti e diversi.
Vespignani è stato definito l’uomo delle pandemie proprio perché si è occupato di studiare e prevedere l’andamento di alcuni virus come Ebola. I dati che utilizza per questo sono i più disparati: quelli della popolazione così come degli spostamenti ricavati dalle compagnie aeree, combinati con le leggi sulla trasmissione degli agenti patogeni.
Cattuto ha parlato di «uso laterale dei dati»: come quando un’enciclopedia online consente di prevedere l’andamento dell’influenza, cosa che accade analizzando le ricerche dei sintomi da parte degli utenti di Wikipedia. Attenzione però anche all’opacità che può sorgere con l’utilizzo di tanta complessità, come quando non si sa esattamente quali saranno le conseguenze dell’accesso ai dati sul proprio stile di guida da parte di un’assicurazione.

Una delle aziende impegnate nella realizzazione di soluzioni che consentano di capire e interpretare meglio la realtà è Ibm. Ieri l’a.d. Italia, Enrico Cereda, ha raccontato come l’azienda stia lavorando per portare nella Penisola il suo sistema di cognitive computing Watson che consente di trarre valore dai dati non strutturati (audio, video, immagini e non solo testi e numeri). Il progetto prevede di utilizzarlo per un polo che farà da supporto al Sistema sanitario nazionale e per questo si sta parlando con il governo.
Da canto suo Eni negli anni ha compiuto una trasformazione digitale che prosegue tutt’ora. «Il digitale aiuta a cambiare la cultura di una azienda», ha sottolineato Roberto Ferrari, head of digital communications strategy & data analysis del gruppo. «Eni ha deciso di creare una unit per la comunicazione dedicata al digitale. L’intuizione è quella di distinguersi in un mondo in cui le informazioni sono molte». Una sfida che riguarda anche la p.a., come per il comune di Milano dove il cio Guido Albertini sta lavorando per ridurre la complessità di un’organizzazione così ampia grazie alla tecnologia.
Tecnologie e cultura aziendale possono essere sviluppate anche a partire dai contributi esterni, «lavorando con start-up, data scientist», ha aggiunto Andrea Paliani, advisory service leader dell’area Med di Ernst & Young, «per migliorare le cose in cui l’azienda non eccelle o già eccelle e trovare nuovi modelli di business».

Andrea Secchi

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