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Bersani sfonda e arriva al 60% “Ora cambierò il centrosinistra vinceremo senza raccontare favole”

CIRCONDATO dai supporter, dai ragazzi del suo comitato, da una parte del gruppo dirigente e della pattuglia parlamentare del Pd tra cui si fa notare un loquace Massimo D’Alema che distilla il succo politico del risultato. Nel discorso della vittoria il segretario è già diventato il candidato premier del centrosinistra o meglio dei progressisti, la parola più citata nell’ex cinema Capranica di Roma, sede dei festeggiamenti. Adesso
Bersani sente gli occhi del mondo addosso, avverte lo screening di credibilità a cui sarà sottoposto dagli italiani e dai famosi ambienti internazionali, e si prepara a un tour nelle cancellerie europee. Per quello ha scelto di fare la prima uscita da concorrente per Palazzo Chigi in Libia, la nuova Libia del dopo Gheddafi, in cui l’Italia vuole giocare un ruolo. Per quello, davanti all’unica vera minaccia all’orizzonte nella corsa, ossia Mario Monti, sceglie di non citarlo se non per contrastarne le ambizioni. «Si governa con il popolo. Con tranquillità, forza e decisioni». Per quello infine sa che la sfida è non replicare nemmeno per un attimo l’esperienza dell’Unione: «Dobbiamo darci un profilo di governo, questa è la prima cosa», dice.
La seconda cosa, in questo breve discorso, è semplice ma figlia della sfida con Matteo Renzi. «Voglio portare avanti il rinnovamento dei dirigenti, è un percorso che bisogna continuare a seguire ». Se il 40 per cento degli elettori di centrosinistra ha seguito il sindaco sulla strada di un cambiamento radicale delle facce, Bersani non ha intenzione di eludere la domanda. Come lo farà? A tutti il segretario del Pd dice che «adesso le primarie sono finite, si apre un nuovo capitolo». Significa che il pranzo con Renzi non era solo una battuta, ma ci sarà. Ci sarà presto, «il prima possibile», è il desiderio di Bersani. «Perché con Matteo oggi non è più tempo di competizione. Dobbiamo fare un ragionamento politico, non è questione di ticket». Va verificata la possibilità di fare un pezzo di strada insieme, soprattutto nella campagna elettorale. Che il partito non si sia spaccato lo dimostrano gli applausi del Capranica quando il candidato cita lo sfidante. Nemmeno un fischio, nemmeno un mugugno. «Grazie a Renzi per le parole affettuose che mi ha voluto rivolgere. Ci siamo sentiti al telefono. Renzi è stata un presenza forte e fresca. Ha dato un grande contributo, ha offerto un senso a queste primarie per farle vivere in modo vero». Niente di più, è vero. Ma può essere questa la strada per trovare un dialogo al quale il segretario non intende rinunciare.
Nei prossimi giorni, «entro dicembre » dice convinto Bersani, si conoscerà il quadro degli avversari. Beh, Grillo è già in campo. «La prossima scommessa che vi propongo – spiega ai supporter – è alzare la nostra asticella: dobbiamo vincere ma non si può vincere raccontando favole perché poi non si governa e siccome la mamma della demagogia e del populismo è sempre incinta noi dobbiamo prendere un’altra chiave, dobbiamo vincere senza raccontare favole». È una parte della battaglia vera che Bersani propone al suo popolo oggi e agli italiani domani. Berlusconi sarà un competitor? «Chi arriva arriva», dice il segretario. E Monti? Il discorso non contiene accenni al premier. Sotto al palco, però, i deputati s’interrogano sulle mosse del “tecnico” e non sono pochi a indicarlo come un candidato pronto a correre in prima persona, senza nascondersi dietro la chiamata successiva al voto. Dunque, la corsa va fatta anche sul presidente del Consiglio in carica, «che ci ha preso gusto, che ha aspettato per anni la chiamata a Palazzo Chigi e ora non vuole andarsene così in fretta», dicono i deputati che guardano già al dopo.
In nome della governabilità e dell’affidabilità, Bersani non sembra disposto a rinunciare alla sua identità. Abbraccia Nichi Vendola, presente al Capranica, ringrazia i socialisti Nencini, Di Lello e Craxi, dice che se non si «sentisse profumo di sinistra addosso non riconoscerebbe» più il suo «odorato». Da qui si parte, dai progressisti che non sono più una parola maledetta come nel 1994. Eppoi si allarga lo sguardo. Si parla il linguaggio della verità denunciando «la crisi più grave dal dopoguerra» e la drammaticità del problema lavoro. Oggi è festa, con i bambini sulle spalle dei papà (quello di Stefano Fassina per esempio), con una signora che tiene in braccio il cane, con le signore e i giovani che si mischiano nella sala dell’ex cinema romano affollato il giusto, per una celebrazione molto sobria. Il momento è quello che è, la responsabilità diventa enorme. «Ma oggi mettiamoci un po’ di allegria che è una caratteristica del nostro popolo». Una parola che ritorna e che deve suonare come un monito per le tentazioni dei tecnici.

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