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Bersani difende le deroghe: solo il 3% Renzi lancia Baricco e Petrini tra i capilista

ROMA — Scoraggiamento in Transatlantico tra i parlamentari democratici che vogliono ricandidarsi e in pochi giorni devono giocarsi il tutto per tutto alle primarie. Incontri, vertici organizzativi e stamani comincia il bello: si riunisce la commissione elettorale – presieduta dal vice segretario Enrico Letta e dove sono rappresentate tutte le correnti del partito – che scriverà la bozza di capilista e di personalità nel listino. Capilista e “garantiti” sono una partita strettamente intrecciata. Nella quale anche Renzi ha avuto e avrà modo di dire la sua attraverso Graziano Delrio (che è in commissione elettorale). Importante è stato l’incontro del sindaco “rottamatore” con Errani. Renzi punterebbe a una ventina di “renziani” nel listino, al netto di tutti quelli che correranno alle
primarie come il vice sindaco di Firenze Dario Nardella, i due assessori Rosa Di Giorgi e Stefania Saccardi, Giorgio Gori. Ma soprattutto pensa a due capilista: Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, e lo scrittore Alessandro Baricco. I capilista, in tutto una cinquantina (da sommare ai 90 del listino), sono esonerati dal correre alle primarie, ma lo decideranno ciascuno per sé.
Stefano Fassina ad esempio, responsabile economia del Pd, sarà quasi certamente capolista nel Lazio: «Ma io mi sto dando da fare per preparare le primarie a Roma città». Esclude Fassina, che qualche derogato – come Bindi, Finocchiaro, Marini – possa immaginare di non fare le primarie perché scelto come capolista. «Quello è un punto politico», osserva. D’altra parte si ridarebbe fiato alle polemiche sugli “elefanti” o veterani, ovvero i politici di lungo corso che hanno avuto bisogno della deroga per candidarsi. In tutto 10 deroghe. Il segretario difende le scelte fatte in Direzione: «Solo il 3% sono i derogati, avremmo potuto farne di più, chiedete agli altri come scelgono i deputati». Però Bersani sa bene tutti i problemi che agitano il Pd: la corsa a entrare nel listino dei garantiti; i derogati che vogliono essere sicuri di correre alle primarie in collegi dove non sfigurino. Si parla di una candidatura di Bindi per le primarie a Napoli. Lei fa sapere che «deciderà il partito». Enzo Amendola, il segretario del Pd campano, ha in realtà un solo desiderio, che sia «Bersani capolista a Napoli, la città più bersaniana d’Italia che ha regalato al segretario alle primarie per la premiership il 75%».
Ad affrontare in modo franco la questione del mancato radicamento di molti parlamentari sul territorio, e quindi di una partenza
svantaggiata nella gara, è Paola Concia: «È chiaro che una come me viene vissuta dai territori come un’apolide. In questi anni ho girato 650 città per parlare di diritti civili. Sono stata eletta in Puglia ma una cosa è fare battaglie legate all’Ilva di Taranto, altra sui diritti dei gay. Il mio collegio elettorale è stato l’Italia». È spiazzata («Poi, per carità, tutto si fa»). I consiglieri regionali o i sindaci (muniti di deroga) sono un bel passo avanti. A Roma si candida alle primarie il consigliere provinciale Giuseppe Lobefaro. Annuncia di scendere in campo anche l’europarlamentare Guido Milana. Posti in piedi nel Lazio per le primarie democratiche. Nascono ticket uomo/donna (se si dà una doppia preferenza, il regolamento prevede sia di genere) per rafforzarsi reciprocamente. Matteo Orfini a Roma-città fa campagna elettorale con Pina Maturani. Nel totocapilista vengono indicati anche Andrea Orlando, il responsabile Giustizia, in Liguria; Cesare Damiano in Piemonte. Quanti politici inoltre saranno recuperati nel listino dei garantiti? La commissione elettorale che comincia oggi l’istruttoria è composta anche da Errani, da Franceschini, Finocchiaro, Bindi, Gasbarra, da tre segretari regionali, dai parlamentari Minniti, Ignazio Marino. Lì si gioca la partita.

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