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Bernanke vince, ma i rischi aumentano

L’ unico repubblicano che davvero ha vinto, martedì scorso, sulla scia di Barack Obama, è il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke. Quando, a fine estate, aveva deciso la terza ondata di Quantitative Easing — l’acquisto per 40 miliardi di dollari al mese di titoli con garanzie di mutui immobiliari — aveva alzato il livello della sua scommessa a livelli mai tentati in precedenza dalla banca centrale.
Meccanismi
Una politica monetaria del tutto irrituale e oltremodo accomodante era prima stata salutata da rialzi sul mercato azionario. Poi, ha sicuramente dato una mano alla rielezione del presidente uscente, che negli ultimi giorni della campagna elettorale ha potuto citare qualche segno di miglioramento dell’economia e dell’occupazione. Al tempo, però, i repubblicani, Mitt Romney compreso, avevano aspramente criticato l’iniziativa. Non solo perché aiutava l’avversario Obama ma anche perché, nella loro lettura, costituisce un modo pericoloso per affrontare i problemi della scarsa crescita e rischia di perpetuare il ciclo delle bolle (che poi esplodono) che va avanti dai tempi del predecessore di Bernanke, Alan Greenspan (per ironia, anch’egli repubblicano).
Se Romney avesse vinto, dunque, la pressione su Bernanke affinché attenuasse il suo attivismo («manipolazione dei mercati», dicono i repubblicani) sarebbe stata forte. Di certo, alla scadenza del mandato, nel 2014, non sarebbe stato riconfermato alla guida della Fed. Invece Romney ha perso: non solo l’opposizione politica, almeno dalla Casa Bianca, non ci sarà ma anzi Bernanke si sentirà incoraggiato a proseguire sulla sua strada del denaro facile. Alla scadenza del mandato, sarà probabilmente egli stesso a decidere se rimanere alla guida della Fed oppure tornare al mondo accademico. Se dovesse essere sostituito, in ogni caso, il nome che per ora circola per la successione è quello di Janet Yellen, oggi sua vice e già presidente del Consiglio dei consiglieri economici alla Casa Bianca di Bill Clinton: è considerata ancora più interventista di Bernanke. Precipizio fiscale e litigi su tasse e spese tra presidenza e Congresso a parte, uno degli effetti maggiori delle elezioni del 6 novembre riguarderà dunque la politica monetaria americana. Se funzionerà nel sostenere l’economia lo si capirà nei prossimi mesi e anni: soprattutto si tratterà di vedere quanto rallenterà il processo di rientro dai debiti e se gonfierà bolle speculative. Ci sono però altri due aspetti, meno lontani, da tenere presenti.
Opinioni
Martin Feldstein, uno degli economisti conservatori di maggior prestigio, dice che la politica lassista di Bernanke si trascina un rischio politico. A suo parere, infatti, il mercato del lavoro americano è diventato più rigido che in passato e l’inflazione provocata dalla politica monetaria si manifesterà prima che sia raggiunta la piena occupazione. A quel punto, Bernanke dovrebbe rovesciare le sue scelte e dare il via a una stretta: ma proprio per la disoccupazione ancora alta politicamente potrebbe trovarsi in un vicolo cieco. Il Senato, democratico, e Obama spingerebbero per non cambiare strada. La Camera dei Rappresentanti, repubblicana, vorrebbe il contrario e se Bernanke non lo facesse potrebbe addirittura iniziare le procedure per una legislazione che limiti gli spazi di manovra della Fed.
Un secondo aspetto, non meno importante, riguarda il dollaro. Un po’ tutti i Paesi emergenti — in testa Brasile, Corea del Sud, Giappone — hanno reagito negativamente alla politica che indebolendo il dollaro sposta flussi di investimento verso di loro e ne fa apprezzare le valute, con conseguenti svantaggi commerciali.
Qui si apre la questione della Cina e della nuova leadership di Xi Jinping e Li Keqiang. Nelle scorse settimane, anche Pechino è intervenuta sui mercati per indebolire la sua valuta, lo yuan, che nei mesi scorsi si era apprezzato. I cinesi vogliono uno yuan non troppo forte per aiutare le esportazioni in una fase di rallentamento dei commerci mondiali, ma soprattutto sono impegnati in una transizione politica importante che richiede la massima stabilità e il minimo di tensioni economiche e sociali. Una battaglia valutaria tra dollaro e yuan, tra Ben e Xi, sarebbe per loro devastante.

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