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Bernanke guida la Fed verso la svolta. E ora il Fmi pone vincoli alla Bce

La Federal Reserve si prepara a un nuovo programma di interventi per provare a scrollare l’economia americana dal torpore. La disoccupazione all’8,2%, la crescita che non raggiunge una velocità sufficiente senza stimoli monetari o di bilancio, le elezioni presidenziali dietro l’angolo e la pressione dei democratici perché i mercati non vadano a picco proprio ora assieme a risparmi pensionistici degli americani.
Non mancano le ragioni perché Ben Bernanke, il presidente della Fed, si senta tenuto ad agire. Fra queste di recente se ne sono aggiunte almeno due a causa dell’Europa. La prima è che il terremoto sulla Spagna e sull’Italia sta iniziando a pesare sulle quotazioni dello S&P 500, il principale listino di New York, mentre nuovi choc sull’euro non farebbero che aumentare l’incertezza anche negli Stati Uniti. Ma la seconda ragione di agire, per Bernanke, è se possibile anche più concreta: l’uscita graduale dei fondi sovrani e dei grandi gestori privati dalla moneta unica contribuisce a una rivalutazione del dollaro. Negli ultimi due mesi il rimbalzo del biglietto verde sull’euro è stato di circa il 10%, e a questo si somma il primo recupero da molti anni anche sullo yuan cinese.
Una tendenza del genere ostacola l’export e raffredda ancora di più l’inflazione degli Stati Uniti. Questa tendenza potrebbe anche accentuarsi se la Banca centrale europea ad agosto agisse per arginare il panico finanziario sulla Spagna e sull’Italia. È probabile che siano queste considerazioni a spingere Bernanke ad accelerare nuove possibili mosse di politica monetaria: secondo il Wall Street Journal, la Fed può prendere una decisione già alla prossima riunione di vertice il 31 di luglio e primo agosto (un giorno prima del consiglio direttivo della Bce) o al più tardi a settembre.
Bernanke ha varie opzioni, per esempio può impegnarsi a non alzare i tassi dall’attuale livello vicino a zero fino al 2015. Ma l’ipotesi più discussa sul mercato è quella di una nuova tornata di «quantitative easing», creazione di moneta e acquisto massiccio di bond sul mercato. Ieri sera l’indice Dow Jones ha parzialmente recuperato le perdite di metà giornata (chiusura a meno 0,82%) quando il Wall Street Journal ha pubblicato la notizia di un’accelerazione di Bernanke.
Quando la Fed muoverà, anche l’impatto sull’Europa non tarderà a farsi sentire. Nelle ultime settimane la pressione da Washington perché anche la Bce agisca con il «quantitative easing» sta diventando un caso politico. Al Fondo monetario internazionale di recente si è formata una coalizione fra Stati Uniti e Paesi emergenti perché l’Eurotower cambi rotta e avvii un ciclo molto deciso di interventi sul modello Fed. Americani, cinesi, indiani, brasiliani e altri emergenti — in maggioranza nel board del Fmi — pongono addirittura nuove condizioni. Se l’Europa dovesse chiedere i finanziamenti del Fondo per aiutare la Spagna, dovrebbe accettare una svolta nel sistema generale di governo. Il board del Fmi (a maggioranza) vorrebbe vincolare nuovi prestiti al fatto che la Bce lanci un programma di acquisti di bond sovrani per la zona euro. Non solo: molti Paesi extra europei, attraverso il Fmi, intendono estromettere l’Eurotower dalla Troika che vigila dell’applicazione dei programmi.
È questa linea intransigente a spiegare perché la Germania e la Bce di recente abbiano cercato di estromettere il Fmi dalle discussioni sul caso spagnolo. Ma non è per niente sicuro che il fondo salvataggi europeo abbia davvero le risorse per offrire alla Spagna (e se servisse anche all’Italia) un aiuto davvero efficace. A quel punto il sostegno del Fondo monetario, in qualche modo, può tornare in discussione. Ma non sarebbe gratis.

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