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Bernanke: crescita Usa sotto il 2%

Nella sua audizione semestrale davanti al Congresso americano, il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke ha detto che «una crisi europea e una mancata soluzione del problema fiscale americano potrebbero danneggiare la crescita interna americana». Una crisi europea? Come se non fossimo già in Europa nel mezzo della crisi più grave degli ultimi 60 anni? La verità è che la crisi europea ha già avuto le sue conseguenze negative sul tasso di crescita americano. Lo stesso Bernanke ha confermato ieri che l’economia è debole (crescerà al di sotto del 2% annualizzato nel secondo trimestre, ha annunciato) e per la disoccupazione, inchiodata all’8,2%, ci sono altrettanti timori: «Ci stiamo chiedendo – ha dichiarato Bernanke – se c’è una ripresa sostenibile nel mercato del lavoro o se siamo paralizzati nella melma. Di certo reagiremo a qualunque segnale di rischio deflazionistico».
Queste premesse sono propedeutiche alla decisione più importante che si attende il mercato: vi sarà presto una nuova azione accomodante da parte della Fed con l’acquisto di obbligazioni, il cosiddetto quantitative easing III? Su questo Bernanke non si è sbilanciato: «Teniamo la situazione sotto controllo ma per ora non abbiamo preso alcune decisione su come intervenire».
Che la Fed prima o poi dovrà intervenire non lo mette in dubbio nessuno. L’osservazione di Bernanke sulla sostenibilità della crescita del mercato del lavoro è di facciata, tutti i dati più recenti sono molto al di sotto del livello di sostenibilità che si aggira in questa fase congiunturale attorno ai 200mila nuovi posti di lavoro al mese. I problemi piuttosto sono il quando e il come. La prossima riunione del Fomc (il Comitato che decide la politica monetaria) è in programma il 31 luglio e il primo agosto. Dopo le decisioni della Banca centrale europea, di quella inglese e di quella cinese, quasi simultanei, molti si aspettano un intervento della Fed già fra un paio di settimane. La manovra avrebbe tra l’altro la qualità di avere il suo effetto già quando ci si troverà in vicinanza del «precipizio fiscale», dell’applicazione cioè di tagli di spesa e aumenti di tasse automatici a fine anno che tutti giudicano deleteri.
Bernanke sa di avere a disposizione poche cartucce. E non vuole spararle a caso, soprattutto quando davanti c’è ancora il rischio di un peggioramento della crisi europea e il pericolo che in materia fiscale non si raggiunga un accordo soddisfacente, il pericolo cioè che l’impatto della manovra fiscale sull’economia sia più duro di quello atteso (circa l’1%). Di qui le incertezze e la confusione sui tempi, ma resta una certezza: la manovra espansiva della Federal Reserve arriverà di certo nei prossimi quattro o cinque mesi.
C’è stato poi nell’audizione di ieri in Congresso, il capitolo dedicato allo scandalo Libor. Bernanke ha rivelato di essere stato al corrente di scorrettezze sul tasso interbancario fin dal 2008. Possibile che la Fed non sia intervenuta, che non abbia fatto scattare mille allarmi, che non abbia denunciato pubblicamente gli eventi o i sospetti?
Quel che ha colpito l’America di questo scandalo è l’arroganza con cui gli operatori chiedevano ai loro colleghi di usare il complesso meccanismo che regola il tasso in questa o quella direzione per favorire una loro operazione speculativa. Conversazioni arroganti che ricordano lo scandalo Enron, allora si mentiva e si speculava sull’energia, ma la dinamica di quasi 12 anni fa non è molto diversa da quella di oggi, alla radice c’è una sconvolgente propensione alla manipolazione. E la triste conclusione è che o le banche centrali non sanno fare il loro mestiere o chiudono un occhio e anche due su mille violazioni di cui oggi non siamo neppure al corrente.
Solleva dunque non poche perplessità l’autodifesa del presidente della Federal Reserve: «Abbiamo segnalato i problemi e dato consigli, ma non siamo stati ascoltati». Bernanke avrebbe potuto condividere le sue preoccupazioni in una delle otto audizioni semestrali dal 2008 a oggi. Ma quando gli è stato chiesto perché non l’avesse fatto, non ha risposto.

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