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Bernanke chiama la fine della crisi

Momento topico sui mercati. Di quelli che lasciano segni profondi. L’uscita dalla politica di denaro facile della Fed — politica che va avanti da cinque anni e si è intensificata negli ultimi due — era da sempre l’incubo futuro degli investitori. Il cambiamento di stagione — si diceva — sarebbe stato delicatissimo, avrebbe potuto generare confusione e movimenti violenti dei listini: si sarebbe trattato di adattarsi al nuovo mondo. Ora, sembra che ci siamo e infatti nei giorni scorsi i mercati hanno avuto variazioni massicce in apparenza inspiegabili.
Exit strategy
Ben Bernanke, il presidente della Federal Reserve, in un’audizione al Congresso americano il mese scorso, ha detto che «nelle prossime riunioni (del comitato della Fed che decide la politica monetaria, ndr), potremmo ridurre il passo dei nostri acquisti». La banca centrale leader nel mondo potrebbe cioè andare verso la chiusura della lunga fase seguita alla crisi finanziaria nella quale ha tenuto estremamente bassi i tassi d’interesse e li ha accompagnati con alte dosi di immissioni di liquidità nel sistema, comprando diverse specie di titoli, compresi quelli del Tesoro americano (la cosiddetta politica di quantitative easing). È la quantità crescente di dollari in circolazione che ha fatto salire le Borse e tenuto alti i prezzi dei bond (con ciò abbassando i rendimenti). Se questa politica va a finire, lo scenario cambia del tutto.
Bernanke non ha detto quando ciò avverrà. Sui mercati si pensa che possa ridurre già in autunno gli acquisti di titoli dagli 85 miliardi di dollari al mese attuali a 60 miliardi. Qualcuno specula che potrebbe addirittura alzare un po’ il tasso d’interesse nella seconda metà del 2014. Come si sa, i mercati anticipano però il futuro e da qui le variazioni violente dei valori di azioni e bond. In particolare, è stato rilevante l’andamento dei tassi d’interesse sui titoli del Tesoro americano a dieci anni: dall’inizio di maggio salgono continuamente, da 1,70% a 2,23% nei giorni scorsi. Cosa ancora più interessante è che questa salita dei tassi sul mercato secondario ha rovesciato una realtà che andava avanti dal novembre 2011: i tassi d’interesse reali, cioè depurati dell’inflazione, nei primi giorni di giugno sono tornati a essere positivi. Chi li compra, oggi guadagna qualcosa in termini di potere d’acquisto, a differenza che nei 19 mesi precedenti.
La Fed spiegherà, prima o poi, le ragioni del cambio di politica, non atteso in tempi così bevi. Probabilmente, Bernanke e i governatori delle Fed dei diversi Stati americani pensano che sia arrivato il momento di limitare i danni che una politica di forte espansione monetaria può provocare, soprattutto in termini di creazione di bolle speculative sui mercati finanziari e immobiliari. Probabilmente, ritiene anche che l’economia americana possa continuare a crescere — seppure a ritmi non superiori al 2% — anche senza lo stimolo continuo della Fed. In questo secondo caso, si tratterebbe di un ripensamento almeno parziale.
Bernanke aveva infatti detto che la politica non convenzionale di quantitative easing sarebbe andata avanti fino a che la disoccupazione non fosse scesa sotto al 6,5%. In realtà, a maggio è stata del 7,6%, addirittura un po’ sopra al 7,5% di aprile, ed è difficile prevedere quando scenderà al livello target della Fed. Evidentemente, gli economisti della banca centrale sospettano che difficilmente questa volta la disoccupazione scenderà in fretta a livelli attorno al 5%, come era accaduto dopo le passate recessioni: gli aumenti di produttività indotti dalle innovazioni tecnologiche ne rallentano la discesa.
Mondo nuovo
Se questa è l’analisi di Bernanke — e se si dimostrerà corretta — si può dire che la svolta in corso segnerà la fine della crisi iniziata nel 2008 e delle politiche messe in campo per superarla. Si aprirebbe un mondo nuovo.
Nuovo anche dal punto di vista delle strategie tese a ridurre il debito pubblico americano. La fase di tassi d’interesse reali negativi sui bond del Tesoro era infatti una classica operazione di cosiddetta financial repression: invece di abbassare il debito attraverso aumenti delle tasse, tagli alla spesa pubblica o default, uno Stato sceglie la strada più sottile di pagare interessi reali negativi. In questo modo, sposta risorse dagli investitori (creditori) che hanno comprato bond alle casse dello Stato, che vede una riduzione in termini reali del debito. Un tempo, dopo la seconda guerra mondiale, alcuni governi indebitati imposero limiti massimi ai tassi d’interesse da applicare sui titoli pubblici, in modo da pagare tassi reali negativi.
Fino a una settimana fa, Bernanke lo faceva in modo più sottile, attraverso la politica monetaria. Ora, la fine della repressione finanziaria è una svolta anche per la gestione del debito pubblico. Il problema passa a Barack Obama.

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