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Bernabè rilancia: ricapitalizzare

Per salvare il giudizio sul debito di Telecom Italia, ci sono solo due strade possibili: l’aumento di capitale o la vendita delle attività in Sudamerica. Ma è la prima soluzione quella che piace a Franco Bernabè, presidente di Telecom Italia. E ieri nel corso dell’audizione al Senato il presidente lo ha detto chiaramente. L’aumento di capitale, «aperto a soci attuali o nuovi» è possibile («siamo in un momento di straordinaria liquidità») e molto utile, perché darebbe «solidità finanziaria». Invece, vendere le attività in Brasile e Argentina, che sono i fiori all’occhiello della gestione, limiterebbe la crescita e non aiuterebbe neanche in merito al rischio downgrade, perché non sarebbe realizzabile in tempi brevi. Insomma, o la ricapitalizzazione o la ricapitalizzazione.
È la prima volta che Bernabè parla apertamente della necessità di un aumento di capitale per Telecom Italia, ma è altrettanto vero che prima di ieri questo concetto lo aveva già illustrato informalmente ai grandi soci di Telco, il veicolo a cui fa capo il 22,4% di Telecom Italia e passato sotto il controllo degli spagnoli di Telefonica. Anzi: aveva fatto anche di più. Stando a indiscrezioni autorevoli, negli ultimi giorni, poco prima che si chiudesse il contratto che ha consegnato Telco agli spagnoli, Bernabè avrebbe informato Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Generali di essere pronto a portare al consiglio di amministrazione del prossimo 3 ottobre la disponibilità, accanto a quella di Sawiris, del gruppo telefonico China Telecom a investire direttamente in Telecom Italia anche per una posizione di minoranza. Chiaramente, l’intesa con Madrid ha poi mandato tutto all’aria. Ma Bernabè, dati i toni e le argomentazioni usate in audizione, sembra preannunciare battaglia in cda.
Allo stato attuale, il presidente esecutivo di Telecom Italia sarebbe deciso a portare un aumento di capitale nell’ordine dei 5 miliardi. Tre non basterebbero. Operazione giudicata possibile sia per i soci attuali che per alcuni nuovi. Di contro, i soci Telco spingono per la vendita di Tim Brasil. Proprio gli spagnoli sarebbero i principali sponsor di questo disegno perchè caverebbe loro le castagne dal fuoco almeno in Brasile. La cessione del Brasile, inoltre – è una delle argomentazioni che trapela – sarebbe vista con favore perché oltre a garantire cassa per rafforzare il patrimonio ed evitare il downgrade delle agenzie, avrebbe il vantaggio di dotare il gruppo di risorse per investire più massicciamente in Italia. Indiscrezioni riferiscono che le valutazioni che circolano sull’asset brasiliano viaggiano intorno a un potenziale incasso di 8 miliardi di euro. Nel mezzo, infine, c’è la vendita di asset immobiliari, che potrebbe tradursi in un incasso di circa 2,5 miliardi. Ma servirebbe solo per prendere ulteriore tempo in vista di una soluzione più netta.
Manca una settimana all’appuntamento con il cda e salvo inversioni a U del presidente di Telecom Italia l’aumento di capitale finirà sul tavolo del board. Nel prossimo consiglio di amministrazione, dunque, appare assai probabile che si vada alla «resa dei voti». L’Associazione dei piccoli azionisti Telecom ha già detto che denuncerà tutti quei consiglieri che nel cda del 3 ottobre possano ledere con le loro decisioni, supportando Telco, gli interessi di tutte le minorities e dei dipendenti. Ma anche nel caso in cui Bernabé riuscisse ad avere l’appoggio del consiglio sull’aumento di capitale, l’operazione dovrà essere poi portata in assemblea.
E qui la strada appare tutta in salita: la storia di Telecom insegna che Telco, con una quota del 22,4% e 3 miliardi circa di azioni ordinarie, è sempre riuscita a ottenere la maggioranza dei voti. L’affluenza nelle ultime tre assemblee Telecom (17 aprile 2013, 18 ottobre 2012, 15 maggio 2012) ha visto partecipare rispettivamente il 44,4%, 52,98% e 49,05% del capitale ordinario. Telco, forte nelle tre assemblee di percentuali pari al 50,4%, 42,5%, 45,6%, è sempre riuscita a catalizzare i voti nella sua direzione.

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