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Bernabè lascia Telecom Italia Minucci prende la presidenza

Nessun fuoco d’artificio. Franco Bernabè rimette le sue deleghe in mano all’amministratore delegato Marco Patuano e lascia l’azienda per non creare ulteriori fratture ed «evitare la paralisi ». Ai dipendenti il presidente scrive di non aver «trovato in necessario supporto dei soci riuniti in Telco» a iniettare nuove risorse nell’azienda, «né c’è stata sufficiente attenzione da parte delle istituzioni per la salvaguardia di un patrimonio che è prima di tutto un patrimonio della collettività ». Ringraziando tutti gli uomini e le donne dalla «straordinaria professionalità» che lavorano inTelecom, Bernabè ha concluso: «Voi tutti sapete che non mi sono mai tirato indietro di fronte all’inevitabilità di un confronto anche aspro», come a dire che stavolta l’unica scelta era farsi da parte.
Il presidente se ne va con un assegno da 6,6 milioni, non poco soprattutto in tempi critici per l’azienda, ma è quanto previsto dal contratto, tra stipendio fino alla scadenza del mandato, benefit e un patto di non concorrenza che da solo vale 2,9 milioni. Al suo posto Aldo Minucci diventerà presidente ad interim, in attesa che un cacciatore di teste selezioni un manager adatto a raccogliere il testimone. Il candidato preferito resta il presidente delle poste Massimo Sarmi, che però sta aspettando di incontrare i soci Telco per capire quale sarà la loro strategia futura. Il consiglio di commiato è durato quasi cinque ore. Non si è parlato né di piani futuri, né di dismissioni, né di risultati di bilancio, ma è emersa in maniera netta la discrepanza tra i consiglieri indipendenti e quelli espressione di Telco: per Minucci che è in quota Generali si è trattato di un «consiglio assolutamente tranquillo», per Massimo Egidi che invece è un indipendente eletto dalle liste di Assogestioni «è stato un cda non allegro». Al posto del dimissionario Elio Catania è stato cooptato dalla lista Telco Angelo Provasoli, scartando la candidata di Assogestioni Francesca Cornelli. In barba alle ragioni del mercato, che è il maggior azionista di Telecom e alle rappresentanze di genere — obbligatorie con il rinnovo del cda in primavera — nel board restano solo 3 amministratori su 15 indicati da Assogestioni, di cui una donna.
Rimettendo le deleghe Bernabè lascia Telecom per la seconda volta senza aver completato l’opera. La prima volta fallì dal salvare il gruppo dai debiti dell’Opa di Colannino e rendere la società più internazionale; oggi il presidente esecutivo ha invece mollato in eredità alla nuova gestione il processo di scorporo della rete avviato a maggio, e su cui i soci di Telefonica non si sono espressi. «Lo scorporo della rete Telecom, qualora ci fosse — ha detto l’ad di Wind, Maximo Ibarra — sarebbe un progetto di buon senso e potrebbe creare valore per il sistema paese». Sulla stessa linea il presidente della Cdp Franco Bassanini, che ha riconosciuto a Bernabè l’onore alle armi: «Ha ragione a sostenere un aumento di capitale — ha detto — quella non è la nostra missione, ma se si tratta di investire nella realizzazione di una rete in fibra per accrescere la competitività del paese, siamo disponibili come già mostrato in passato».
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