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Bernabè boccia Tim-Open Fiber: «La rete unica? Tardi per realizzarla»

Rete unica? Troppo tardi per realizzarla. Telecom e Open Fiber sono come due alberi cresciuti vicini, ceppo antico l’una che deve ributtare i rametti, tenero virgulto l’altra ma indipendente dalle radici al fogliame. Non si può più pensare di innestare l’una nell’altra. Franco Bernabè, che più volte negli anni si è occupato di Telecom, e tuttora è nel mondo delle tlc alla presidenza di Cellnex, è convinto che vada studiata un’altra soluzione, anche se ormai si sta arrivando al dunque sull’ipotizzata integrazione Tim-Open Fiber. «Con la rete unica il Governo vuole perseguire almeno quattro obiettivi. Il primo: migliorare la dotazione infrastrutturale del Paese accelerando gli investimenti. Il secondo: evitare lo spreco di risorse pubbliche da parte di Cdp. Il terzo: rafforzare la posizione di Telecom. Il quarto: mantenere un grado sufficiente di concorrenza all’interno del sistema», questa la premessa.

Sembra ragionevole. E quindi?

E quindi una semplice regola matematica, che vale anche in economia, dice che per perseguire una pluralità di obiettivi devi avere a disposizione una pluralità di strumenti. Finora, apparentemente, l’unico strumento sul tavolo è la rete unica.

Non basta? Con la rete unica i primi tre obiettivi sarebbero centrati, il quarto punto potrebbe essere garantito da regole e governance.

Intanto, anche mettendo insieme le infrastrutture di Telecom e Open Fiber non si arriverebbe ad avere una rete unica , perchè di reti in Italia ce ne sono altre. Inoltre un’aggregazione in capo a Telecom susciterebbe sicuramente reazioni da parte dei concorrenti, che si rivolgerebbero all’Antitrust Ue. C’è da tener presente che in tutti i Paesi, tranne che in Italia, ci sono almeno due reti a copertura nazionale, la rete di tlc e la rete delle tv via cavo che eroga anche la banda larga.

Del resto non è pensabile che Telecom possa rinunciare alla rete che è la sua ragione d’essere. British Telecom, che ha attuato la separazione funzionale della sua infrastruttura, ne detiene la proprietà integrale.

Viceversa, sottraendo la rete a Telecom, il Governo si troverebbe a dover gestire la crisi di un gruppo come Telecom. Dunque, se si considera la molteplicità dei problemi in gioco, la soluzione della rete unica rischia di aggravarli anziché di risolverli.

E quindi? Restare a guardare non risolve nulla.

Sulla banda ultralarga Open Fiber lavora sulle aree bianche (quelle a cosiddetto fallimento di mercato, dove, in assenza di incentivi, il privato non avrebbe convenienza a investire, ndr) e ha una quota elevata nelle aree nere, dove c’è concorrenza. Al contrario, Telecom ha una quota bassa nelle aree nere e alta in quelle bianche, mentre nelle aree grigie, che stanno in mezzo, non opera nessuno. La questione da risolvere è come coprire le aree grigie. È da quattro anni che è nata Open Fiber e da almeno due che si discute di rete unica, ma la soluzione non si è trovata.

Sì, ma solo adesso il Governo si è deciso ad affrontare il tema.

Occorre considerare che, da quando si è iniziato a parlare di rete unica, il contesto è cambiato. Sia Telecom, sia Open Fiber sono andate avanti con gli investimenti e Telecom è entrata in trattative con il fondo di private equity Kkr per la rete secondaria in rame. Anche se fossero sotto la stessa proprietà, le due infrastrutture sarebbero destinate a restare separate, perché sono entrambe complete, dal backbone in avanti, ma realizzate con tipologia e architettura differenti. Non sono perciò integrabili: le linee che raggiungono le abitazioni partono da punti d’accesso differenti.

V orrebbe dire che per fare la rete unica una delle due andrebbe dismessa.

Ma questo non succederà. La struttura dei cabinet di Telecom (gli armadietti sui marciapiedi dai quali parte il collegamento verso le abitazioni, ndr) non verrà smantellata.

Ok, ma l’alternativa quale è?

Una soluzione ci sarebbe, ma capisco che si allonta molto dal dibattito attuale. Per cercare di centrare tutti e quattro gli obiettivi del Governo, sarebbe opportuno cioè che Cdp vendesse la sua quota in Open Fiber e col ricavato promuovesse la ricapitalizzazione di Telecom, che ne ha urgente bisogno anche per sostenere gli investimenti. Altrimenti Telecom difficilmente sarà in grado di garantire il passaggio dal rame alla fibra nei tempi e nei modi idonei a soddisfare Kkr. Sia Telecom che Open Fiber si terrebbero la propria rete, ma potrebbero creare una società comune per coprire le aree grigie.

Se però se le due società restano in concorrenza, chi comanderebbe nell’ipotetica newco delle aree grigie e come stabilire chi dovrebbe cedere il passo?

Si dovrebbe seguire il criterio della miglior convenienza. Ad ogni modo potrebbero bastare anche accordi commerciali di collaborazione tra i due operatori.

D’accordo, ma chi si prenderebbe la quota di Cdp in Open Fiber? Macquarie ha stimato l’enterprise value in 7,7 miliardi, ma nella prospettiva di unificazione delle reti.

I fondi interessati a intervenire, e anche a buone valutazioni, si trovano: c’è molto appetito di fibra sul mercato.

Supponiamo che si riesca a mettere a posto tutti i tasselli. C’è solo un piccolo particolare: perché mai Vivendi, che è il primo azionista di Telecom con una quota del 24%, dovrebbe accettare di farsi diluire?

Perché questa situazione di stallo non conviene nemmeno a loro. Ricapitalizzata e messa in condizione di fare gli investimenti, Telecom potrebbe recuperare molto valore.

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