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Bernabè: «Banda larga di Stato? Così non possiamo investire»

di Massimo Sideri

MILANO — «Da nessun’altra parte c’è un intervento diretto del pubblico. Ma se lo Stato vuole tornare ad essere imprenditore, va benissimo: ha Infratel e lo faccia per conto suo. Sia chiaro che così torniamo indietro di 15 anni al ministero delle Poste e telecomunicazioni» . Franco Bernabè oggi si sarebbe dovuto sedere al cosiddetto tavolo Romani, dal nome del ministro dello Sviluppo economico che ha messo tutti gli operatori insieme. La convocazione parlava chiaro: presentazione delle conclusioni per l’avvio della società pubblico-privata sulle reti di nuova generazione, la Ngn battezzata Infraco, una chiara assonanza con Infratel. Ma all’ultimo, ieri, c’è stato un rinvio al 21 giugno, poche settimane dalla chiusura del tavolo Kroes in Europa. E basta misurare l’umore del presidente di Telecom Italia per capire cosa ne pensi della Infraco. Insomma, anche senza aver visto quali sono queste «conclusioni» del ministro Paolo Romani e del vero regista operativo del tavolo, Roberto Sambuco— che questo mondo lo conosce bene avendoci lavorato per anni— è chiaro che a Telecom non piacciono. Per Bernabè è una ingerenza dello Stato nel privato che «ha addirittura bloccato gli investimenti in banda larga e banda ultra larga del principale operatore. La situazione è paradossale — si scalda Bernabè — abbiamo un piano di investimenti su 13 città nel 2011 e 125 città entro il 2018 e siamo trattenuti dall’andare avanti. Da cosa? Dai vincoli rappresentati dalla regolamentazione e dai vincoli di questi tavoli che ci impediscono di accelerare i tempi. Riteniamo che la regolazione sia importante. Però riteniamo che un Paese non possa fermare tutto in attesa che si trovi la quadra come dicono i politici» . Il nocciolo della questione resta la governance della nuova società Ngn che dovrà portare entro il 2020 — in linea anche con l’Agenda digitale del commissario Ue, Neelie Kroes — la fibra ottica nelle case di tutti i cittadini come un nuovo diritto fondamentale. Il timore degli altri operatori (e anche del governo) è che Telecom possa replicare sulla rete di nuova generazione (che con lo switch off del rame prenderà il posto di quella vecchia in dieci anni) la posizione dominante che ha sulla vecchia rete fissa ereditata dalla "Telecom monopolista statale". Ma per Bernabè le regole ci sono e sono infatti al vaglio delle authority di settore anche se l’ultimo "incidente"sul documento risale solo al 18 maggio scorso quando l’Agcom si era vista costretta a fare una notte in bianco per riparare in corso d’opera alle lacune del documento sulla Ngn (non c’era l’obbligo per Telecom di unbundling, cioè di affitto della nuova rete agli altri operatori). «Allora diciamolo chiaramente — continua Bernabè— c’è un assetto regolatorio su cui c’è ancora da lavorare ma che massimo a settembre dovrebbe essere concluso e vorremmo che ci lasciassero agire con le norme che sono già state ampiamente definite. Ci hanno coinvolto in questo "esercizio"di tavolo ma deve trovare la condivisione dell’interesse di tutti. È un di più e bisogna togliersi dalla testa che senza gli investimenti pubblici non si possa fare nulla. Anzi, in questo caso stanno rallentando i nostri investimenti: nel nostro piano sono previsti 9 miliardi in tre anni (complessivi per tutti i lavori sulle infrastrutture vecchie e nuove, ndr). Mi chiedo come si inserisce nel tavolo Romani l’acquisto di una partecipazione in Metroweb da parte di F2i, cioè uno dei principali veicoli partecipati dalla cassa Depositi e Prestiti. Lo stato deve decidere se vuole tornare a fare l’imprenditore o no» . In tutto questo il manager che è appena tornato da Venezia dove ha riunito gli operatori internazionali con il cappello di presidente della Gsma, l’associazione mondiale di settore, fa notare «l’incoerenza tra l’accelerazione della domanda a livello mondiale di banda larga e ultralarga mobile per la fortissima diffusione di tablet e smartphone e la spinta agli investimenti su una rete fissa che viene utilizzata sempre di meno dai clienti» . Perché è vero che anche la rete mobile si appoggia a quella fissa ma, secondo il manager, su questo fronte la rete è già largamente di nuova generazione e tutti gli operatori si stanno già adoperando per portare la fibra fino alle antenne» . Il punto per Bernabè è che «il dibattito sulle reti a banda ultralarga sia mobile che fissa è attivissimo a livello internazionale» e varrebbe la pena aspettare le regole europee. Nel frattempo però lancia più di un monito: «Abbiamo ridotto i debiti, figuriamoci se non abbiamo i soldi per fare la rete di nuova generazione. Anzi siamo gli unici ad avere la capacità tecnica» . Se non siamo allo strappo ci manca pochissimo.

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