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Berlusconi: Iva extrema ratio

di Barbara Fiammeri

La «quadra» si è riaperta. L'intesa che lunedì aveva fatto stappare lo champagne a Silvio Berlusconi è in parte saltata. L'ondata di critiche contro il mancato conteggio della laurea e della naia ai fini dell'età pensionabile ha costretto la maggioranza a fare un precipitoso passo indietro. Il premier tenta di ridimensionare l'accaduto. «L'accordo raggiunto lunedì pomeriggio ad Arcore con Tremonti e Bossi è intatto, tranne che sul punto relativo alle pensioni», ci ha tenuto ieri a ribadire a chi gli ha parlato, spiegando così anche il suo mancato rientro a Roma visto che non c'è necessità di «nuovi vertici». La cancellazione del contributo di solidarità è confermata e le coperture saranno comunque garantite, ha assicurato Berlusconi a chi gli chiedeva lumi sul "buco" provocato dallo stralcio della norma sulle pensioni. «C'è una clausola di salvaguardia – rivela il premier – sulla quale siamo tutti d'accordo, anche Tremonti: qualora fosse necessario potremmo aumentare l'Iva di 1-2 punti percentuali».

È «un'extrema ratio», ci tiene a sottolineare Berlusconi. Ma l'averla ribadita serve non solo a tranquillizzare quanti a Bruxelles sono preoccupati per gli stop and go nostrani ma anche a rendere chiari i «patti» interni alla coalizione e all'esecutivo. Berlusconi continua a ripetere l'inesistenza di «dissidi» con il ministro dell'Economia. Nella maggioranza però regna il caos. La proposta sulla cancellazione di laurea e servizio militare viene disconosciuta praticamente da tutti. E ieri è toccato a Sacconi e Calderoli (cui viene imputata la scelta) correre ai ripari assieme ai tecnici del Tesoro. Tremonti, come il premier, segue a distanza.

Per tutta la giornata si sono susseguite riunioni dentro e fuori i palazzi parlamentari, per cercare le cosiddette «soluzioni alternative». L'obiettivo è non solo quello di recuperare il mancato apporto (circa 1,5 mld) della norma sul conteggio di laurea e servizio militare, ma anche quello di recuperare i 4 miliardi che mancano all'appello dopo la riduzione dei tagli agli enti locali e l'eliminazione del contributo di solidarietà. Il pacchetto di misure per la lotta all'evasione, con l'inasprimento delle sanzioni anche di carattere penale, avrà un ruolo determinante. Berlusconi però ha già avvertito il Tesoro di non resuscitare «misure da Stato di polizia», con riferimento probabilmente alle scelte fatte in passato dai governi di centrosinistra. In realtà si lavora anche a un rafforzamento dei cosiddetti «tagli lineari», soprattutto sulle amministrazioni centrali anche se c'è chi teme un ritorno sugli enti locali. La tensione nella maggioranza è palpabile e accresciuta anche dalla ristrettezza dei tempi.

Il monito di Bruxelles a fare presto e le sollecitazioni del Quirinale hanno indotto ieri il presidente del Senato Renato Schifani a richiamare all'ordine il governo, invitandolo a presentare tempestivamente gli emendamenti al Dl, che arriveranno in commissione Bilancio oggi. Probabilmente subito dopo il Consiglio dei ministri dove la manovra – pur non rientrando negli argomenti all'ordine del giorno – inevitabilmente vi farà capolino. Non però per la richiesta del voto di fiducia, che Berlusconi al momento vorrebbe «evitare» sostenendo di essere «aperto ai contributi dell'opposizione».

Ma il premier, al di là delle rassicurazioni, non è affatto tranquillo. La manovra all'esame del Senato non è ancora stata approvata che c'è già chi parla di nuovi intereventi prima della fine dell'anno. E il paracadute sarebbe in questo caso l'aumento dell'Iva che per questo ora si tende ad evitare. Un'eventualità legata a quanto avverrà nelle prossime settimane. «Abbiamo dovuto in pochi giorni mettere su una correzione da 40 miliardi», continua a ripetere Berlusconi ricordando, probabilmente, il faccia a faccia in cui il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, gli fece chiaramente capire che il soccorso della Bce, per i nostri titoli di Stato, sarebbe intervenuto solo in cambio di un intervento immediato sui conti pubblici, che anticipasse il pareggio di bilancio. Nel Pdl si continua a ripetere che «occorrono riforme strutturali», a partire da quella previdenziale che per la Lega però è un tabù. Qualcuno torna a ipotizzare la nascita di un governo tecnico. «Se la Lega dovesse decidere di rompere si va a votare», dice però lapidario il vicepresidente del Pdl Osvaldo Napoli. E così la pensa anche Berlusconi.
 

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