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Berlusconi in Aula «A questo governo non c’è alternativa»

di Lorenzo Fuccaro

ROMA — Quando Gianfranco Fini lo autorizza a intervenire, l'aula di Montecitorio lo applaude. Silvio Berlusconi parla solo alla sua maggioranza e alla pattuglia dei deputati radicali che non hanno seguito gli altri gruppi delle opposizioni nella scelta di non assistere, in segno di protesta, a quanto il premier avrebbe detto. Un discorso breve, una ventina di minuti, con accanto un Umberto Bossi che non trattiene numerosi sbadigli — più tardi commentando quelle parole, il Senatur dirà che «ha detto ciò che doveva dire e che la gente voleva sentirsi dire» — e al quale il Cavaliere si rivolge con un gesto affettuoso appoggiandogli una mano sulla spalla, quando ricorda che tra le riforme c'è anche l'introduzione del Senato federale. Un intervento con il quale il premier avverte che «non farà passi indietro», che «non c'è un'alternativa credibile a questo governo» e che «le elezioni anticipate non sarebbero la soluzione per i problemi che abbiamo». Non solo. Si domanda, il Cavaliere: «Un governo tecnico avrebbe più forza di un esecutivo democraticamente legittimato come lo è il nostro nell'assumere quelle decisioni difficili, a volte impopolari, che la crisi impone?». Andremo avanti «senza farci condizionare da nulla se non dal rispetto della Costituzione e dagli impegni europei perché una crisi al buio ora determinerebbe la vittoria del partito declinista, catastrofista e speculativo, in azione da mesi in Europa e in Italia». Rivolto ai frondisti in agitazione dirà poi, in serata, che «intrattengo con Claudio Scajola un'amicizia quasi ventennale e in tutti questi anni non ci sono mai state trattative con lui su alcunché». Il premier incassa il sostegno dell'ex ministro, già finiano, Andrea Ronchi che gli garantisce: «Voto la fiducia, se no non avrebbe senso il percorso che ho fatto in questi mesi. Chi invita Berlusconi a fare un passo indietro non capisce che diventa il servo scemo della sinistra. Ma la vera partita si giocherà sul decreto per lo sviluppo».

Il Cavaliere chiede scusa per lo scivolone sul Rendiconto generale dello Stato. Annuncia che presenterà «al Parlamento un nuovo provvedimento di un solo articolo» al quale aggiungerà «come allegati le tabelle e i dati contabili di gestione delle singole amministrazioni e delle aziende autonome». E, precisa, «sarà adottato dopo la conclusione di questo dibattito e sottoposto di nuovo al vaglio della Corte dei conti e presentato al Senato». Come informa una nota di Palazzo Chigi, questo pomeriggio (se il governo avrà ottenuto la fiducia richiesta) il Consiglio dei ministri, convocato in seduta straordinaria, lo approverà assieme alla legge di stabilità e a quella di bilancio.

Insomma, per Berlusconi «è finita l'epoca in cui gli esecutivi li faceva una casta di capipartito, ora li fanno gli elettori, e li fanno votando per un simbolo in cui è esplicitamente indicato il capo della coalizione candidato alla presidenza del Consiglio. L'alta vigilanza arbitrale del presidente della Repubblica, peraltro impeccabile, sorveglia il regolare funzionamento delle istituzioni e stimola civilmente e moralmente i soggetti della politica, senza fare politica». La sua conclusione è che se il governo in Parlamento perde la fiducia «la parola deve tornare agli elettori: questo è il sale della democrazia parlamentare nell'epoca del bipolarismo». Ecco perché «questa norma dobbiamo custodirla come un tesoro se non vogliamo che cadano sulle istituzioni elettive il dispregio che il partito degli sfascisti diffonde».

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