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Berlusconi, il giorno dello strappo «Lascio dopo il voto sulle misure Ue»

di Lorenzo Fuccaro

ROMA — Silvio Berlusconi annuncia che si dimetterà dopo l'approvazione della legge di stabilità, all'interno della quale troveranno spazio le misure richieste dall'Europa, cosa che avverrà tra un paio di settimane, seguendo così un percorso accelerato dettato dalla drammatica situazione dei mercati finanziari, con lo spread tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi arrivato quasi al limite del non ritorno. E con Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, che attacca: «Con uno spread a 500 punti non si può andare avanti a lungo. Il Paese non può stare in queste condizioni».
La notizia, che conclude una giornata convulsa — e che per certi versi segna un passaggio storico con la fine di un ciclo politico — giunge al termine di un colloquio di quasi un'ora tra il premier, accompagnato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, e il presidente Giorgio Napolitano. Un incontro nel corso del quale viene concordato il percorso politico-parlamentare che avrà come esito le dimissioni di Berlusconi e l'avvio di una serie di consultazioni con tutti i gruppi politici, di maggioranza e opposizione. E proprio per definire come muoversi in questa delicatissima fase, il Cavaliere convoca subito dopo un vertice di maggioranza nella sua residenza di palazzo Grazioli. Una riunione allargata alla quale partecipano, oltre ai massimi dirigenti del Pdl e ai ministri (compreso Giulio Tremonti), lo stato maggiore della Lega capeggiato da Umberto Bossi. Del resto il Senatur, in mattinata, aveva anticipato di fatto la mossa del Cavaliere, confermando che «la Lega aveva chiesto a Berlusconi di fare un passo laterale» e prospettando la designazione di Angelino Alfano quale possibile successore a Palazzo Chigi: «Se no chi ci mettiamo, il segretario del Pd?».
Il Cavaliere è costretto a salire al Quirinale dopo che l'aula di Montecitorio ha approvato il Rendiconto generale dello Stato, non arrivando però alla maggioranza assoluta di 316 voti a favore ma fermandosi a 308. Gennaro Malgieri, che si è attardato fuori dall'emiciclo e per questo non è riuscito a premere il tasto, è poi intervenuto per spiegare che se avesse fatto in tempo avrebbe votato sì. «Mi hanno tradito. Ma questi dove vogliono andare?», commenta con durezza il premier, qualche istante dopo il voto, scuro in volto, seduto tra Umberto Bossi e Roberto Maroni.
Sono, insomma, mancati otto deputati, circostanza della quale lo stesso Berlusconi prenderà atto più tardi («la maggioranza che credevamo di avere non c'è più») osservando con «tristezza e dolore, che sono venuti meno anche esponenti che avevano partecipato alla fondazione di Forza Italia». Berlusconi si è anche pronunciato sulla possibile evoluzione della crisi virtualmente aperta. «Dopo il varo della legge di stabilità — afferma — ci saranno le mie dimissioni in modo che il capo dello Stato possa aprire le consultazioni e decidere il futuro: non spetta a me decidere ma io vedo solo la possibilità di nuove elezioni perché il Parlamento è paralizzato». Il voto, insiste, è l'unico sbocco perché «non sarebbe pensabile dare responsabilità di governo a chi ha perso le elezioni, in democrazia si fa così».
Alla Camera le opposizioni, dall'Udc a Pd e Idv, avevano scelto un comportamento che si era tradotto nella presenza in Aula senza però partecipare allo scrutinio. In cifre ha significato che i non votanti sono stati 321, comprendendo i dissidenti della maggioranza. Con questi numeri il centrodestra non è più maggioranza a Montecitorio.
L'esito della votazione aveva fatto scattare le opposizioni, con Pier Luigi Bersani (Pd) che invitava il premier a fare un passo indietro: «Rassegni le sue dimissioni e rimetta il mandato al capo dello Stato. Noi faremo la nostra parte per il Paese. Se lei non lo facesse le opposizioni considererebbero iniziative ulteriori perché così non possiamo andare avanti», lasciando intendere che sarebbe stato pronto anche a presentare una mozione di sfiducia.
 

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