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Berlusconi con Marchionne, se passa il no al referendum giusto abbandonare l’Italia

di Roberto Mania

CHIANCIANO – Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, non era ancora intervenuto sulla vicenda Fiat, sul referendum per il futuro di Mirafiori, sullo scontro tra Sergio Marchionne e la Cgil. Per questo silenzio aveva ricevuto anche qualche critica. Ma ieri, da Berlino al termine del vertice con la Cancelliera Angela Merkel, ha deciso di rompere il riserbo. E l´ha fatto in maniera clamorosa: se dovessero prevalere i «no» nel voto dei cinquemila lavoratori di Torino – ha detto durante la conferenza stampa congiunta italo-tedesca – la Fiat avrebbe «buone motivazioni» per andare a produrre in altri paesi. Quasi un invito a delocalizzare e nemmeno limitato alla sola Fiat ma sostanzialmente esteso a tutte le imprese multinazionali. Certo un´opinione in controtendenza rispetto agli sforzi compiuti da molti governi europei (da quello tedesco della Merkel a quello francese di Nicolas Sarkozy). Tanto che, con qualche evidente imbarazzo, il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha provato, implicitamente, a rettificare: «Se vince il «sì», si predispone l´Italia ad accogliere altri investimenti dall´estero».
Ha sostenuto Berlusconi: «Noi riteniamo assolutamente positivo lo sviluppo che sta avendo la vicenda, con la possibilità di un accordo tra le forze sindacali e l´azienda nella direzione di una maggiore flessibilità dei rapporti di lavoro, una direzione molto positiva. Ove questo non dovesse accadere ovviamente le imprese e gli imprenditori avrebbero buone motivazioni per spostarsi in altri paesi. Ci auguriamo che la vicenda possa avere un esito positivo». Dichiarazioni che, inevitabilmente, hanno scatenato una ridda di reazioni: il leader della Cgil, Susanna Camusso, ha invitato Berlusconi, piuttosto, ad andarsene per non fare ulteriori danni: «Il presidente del Consiglio sta facendo a gara con l´ad di Fiat a chi fa più danno al Paese». Il numero uno del Pd, Pier Luigi Bersani, ha parlato di parole «vergognose»; per il segretario della Fiom, Maurizio Landini (forse il vero bersaglio del premier) «è il padrone che ha parlato e non il presidente del Consiglio».
Berlusconi ha scelto dunque di stare dalla parte di Marchionne e da quella dei sindacati (Cisl, Uil, Fismic e Ugl) che hanno firmato l´accordo. Per questo non sembra casuale che si sia espresso – per di più in una conferenza stampa in una capitale estera – alla vigilia del tesissimo appuntamento elettorale torinese. Ma il premier è andato oltre il sostegno allo strappo sul fronte delle relazioni industriali. Ha infatti appoggiato la minaccia dell´amministratore delegato del Lingotto di spostare le fabbriche nel caso i lavoratori dovessero votare a maggioranza contro la nuova organizzazione del lavoro. Una netta e pesante presa di posizione chiaramente contro la Fiom e la Cgil. E Susanna Camusso chiudendo la due giorni di Chianciano dell´assemblea delle Camere del lavoro ha replicato: «Non conosco nessun presidente del Consiglio di nessun altro paese che dice questo. Che dice che il più grande gruppo industriale di quel paese farebbe bene ad andarsene. Non conosco un presidente del Consiglio di nessun altro paese che non pensi e non sappia che prima di tutto viene il lavoro del suo paese. Mi piacerebbe che il mondo delle imprese e della politica oggi dicesse che, se questa è la sua idea del paese, è meglio che se ne vada». La Confindustria, però, è rimasta zitta.

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