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Berlino vede la recessione crolla anche l’export ma non ascolta i richiami a investire di Bruxelles

L’economia tedesca è in brusca frenata e fa registrare i risultati peggiori dal 2009, quando si era nel pieno della crisi economico-finanziaria. Calano le esportazioni, calano le importazioni, cala la produzione industriale, cala l’indica di fiducia delle imprese, si riducono drasticamente le prospettive di crescita economica. E i principali istituti economici del Paese si uniscono al coro ormai generale in Europa e nel mondo che chiede al governo di intervenire per stimolare la crescita e la domanda interna.

Dopo i dati diffusi l’altro giorno sul calo della produzione industriale, ieri sono stati resi noti quelli sulla bilancia commerciale, che resta ancora fortemente attiva ma registra risultati molto inferiori alle attese. Ad agosto l’export tedesco è sceso bruscamente del 5,8 per cento, il crollo più pesante dal 2009. Anche le importazioni si sono ridotte, sia pure solo dell’1,3 per cento. Sull’anno, il calo dell’export made in Germany è per ora dell’1 per cento, mentre le importazioni, che dovrebbero alimentare la crescita nel resto d’Europa, sono contratte del 2,4 per cento.
Ancora più preoccupante di questi dati, è il rapporto congiunto presentato ieri dagli istituti di previsione economici tedeschi, che fungono da consulenti del governo. Le prospettive di crescita della Germania sono bruscamente tagliate. Per quest’anno si scende all’1,3 per cento dall’1,9 previsto ad aprile. Per l’anno prossimo la crescita si dovrebbe fermare all’1,2 per cento rispetto al 2 per cento stimato in primavera. La produzione industriale è prevista in calo nel terzo trimestre dell’anno. E secondo alcuni economisti non si può escludere che la «locomotiva d’Europa» entri in recessione tecnica registrando due trimestri consecutivi di calo del Pil. D’altra parte la Banca centrale europea sottolinea che l’indice di fiducia economica registra proprio in Italia e Germania la flessione più importante tra tutti i Paesi europei. Il rapporto degli istituti economici tedeschi sottolinea la necessità che il governo di Berlino stimoli gli investimenti per alimentare i consumi interni e con essi la crescita. E critica senza mezzi termini la politica di austerità della cancelliera Merkel che si è posta come obiettivo il pareggio di bilancio per l’anno prossimo tagliando duramente sul fronte delle spese. «L’azzeramento del deficit è un obiettivo di prestigio, che non ha necessariamente senso da un punto di vista economico », dice il rapporto, che invita ad «aumentare le spese pubbliche nei settori che hanno maggior potenziale di contribuire alla crescita», come la ricerca e l’educazione.
E’ una richiesta, questa, che l’Europa, nelle raccomandazioni di politica economica, rivolge da tempo alla Germania con scarsissimi risultati invitandola a utilizzare il bilancio pubblico per stimolare la domanda interna e riportare così il proprio surplus commerciale a livelli più sopportabili per i partner europei. Ma le cifre raccontano una storia opposta, che vede il calo dell’import tedesco ancora superiore alla flessione dell’export. Anche il presidente della Bce, Mario Draghi, recentemente è tornato sulla questione invitando «i Paesi che dispongono di un margine di manovra sui conti pubblici ad utilizzarlo per stimolare la crescita ». Raccomandazioni simili, in toni ancora più pressanti, arrivano a Berlino dal Fondo monetario internazionale.
Per ora, comunque, Angela Merkel non recede dalla sua linea e dal dogma del pareggio di bilancio, che vuole applicare in Germania per avere la giustificazione morale di poterlo imporre agli altri partner europei. E dunque per Berlino gli unici investimenti destinati a stimolare la crescita devono essere quelli privati. Che però non arrivano. La Commissione protesta. Ma per ora non ha gli strumenti giuridici per intervenire in tempi brevi ed imporre ai tedeschi il rispetto delle raccomandazioni di politica economica, visto che la Germania non si trova in una situazione di «grave squilibrio macroeconomico », come è invece l’Italia. Ora però la pressione per una politica più espansiva comincia a crescere anche all’interno del Paese. E questo potrebbe forse incrinare la determinazione della cancelliera.
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