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Berlino: uniti per battere la crisi

Al cancelliere tedesco Angela Merkel riesce facile andar d’accordo con Mario Monti. Il presidente del consiglio italiano le è più congeniale dell’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, con il quale avevano formato il tandem Merkozy, di cui però era sempre e solo lei a reggere il manubrio. E certamente le è più congeniale dell’attuale inquilino dell’Eliseo, François Hollande, con cui la sintonia è ancora lontana.
Il problema per la signora Merkel si pone semmai quando, come è avvenuto al vertice europeo della settimana scorsa, la percezione alimentata dalla stampa tedesca indica che i successi, veri o presunti, di Monti siano l’immagine allo specchio di sconfitte, vere o presunte, del cancelliere stesso. Per questo i pochi giorni fra la riunione di Bruxelles e quella di ieri a Roma hanno messo a disagio la signora Merkel. Anche perché la palla è stata raccolta non solo dal consueto manipolo di dissenzienti nelle file dei suoi cristiano-democratici o degli alleati liberali, ma addirittura dal leader dei cristiano-sociali bavaresi, Horst Seehofer, in toni insolitamente duri contro le “concessioni” europee del cancelliere. Al quale ha addirittura ricordato che senza la Csu non c’è maggioranza: tattica, ma anche un messaggio chiaro.
L’avrà quindi confortata il fatto che il primo sondaggio d’opinione dopo il vertice di Bruxelles mostri una crescita di consensi per il suo partito, dal 34 al 36%, con le formazioni rivali in stallo o in calo. Nella gestione della crisi europea, è sempre la signora Merkel, che gode tra l’altro di un’altissima popolarità personale, il leader in cui i tedeschi ripongono la propria fiducia.
Allora lei ricorda che le decisioni in Europa vengono prese all’unanimità ed elogia il suo ospite per le «riforme fondamentali». «Con Mario sono sempre riuscita a trovare un accordo», afferma, sostenendo che «siamo impegnati a combattere insieme questa crisi». E si spinge anche a una considerazione che forse dovrebbe fare più spesso davanti all’opinione pubblica di casa, presso la quale cresce il risentimento nei confronti dei partner europei che “vogliono i nostri soldi” (per dirla con la “Bild”, un termometro al quale la signora Merkel presta grande attenzione) e alla quale nessuno, nemmeno lei stessa, spiega mai i vantaggi dell’euro. «Se i nostri vicini non stanno bene, anche la Germania non potrà mantenere la propria prosperità», ha riconosciuto ieri il cancelliere dopo l’incontro di Roma.
Ma l’affinità con Monti non la fa deflettere minimamente da alcuni punti fermi. Il primo è naturalmente il rigore. «L’austerità non è una piaga – ha detto – ma una forma di giustizia nei confronti delle nuove generazioni». Il secondo sono le riforme strutturali, con un accento spiccatamente mercantilista. «Solo la competività e l’abilità di vendere prodotti creano posti di lavoro». Il terzo è che il lavoro alla fine viene sempre ricompensato, anche in termini di consensi. «Quando i successi arrivano, e arriveranno anche in Italia, anche se ci vuole più di un mese, poi le opinioni cambiano». A legare tutto assieme, cita un dato: quando nel 2005 è andata al potere, i disoccupati in Germania erano 5 milioni, oggi, grazie alle riforme, sono ben al di sotto dei 3. Basterebbe questo, nella visione della signora Merkel, per confutare le osservazioni di chi le chiede se non teme di essere il “cattivo” di questa storia europea.
Poi, come tutti i politici, il cancelliere sa mentire e mente sapendo di mentire quando qualcuno fa riferimento alle elezioni, che sia in Italia sia in Germania si terranno nel 2013. «Non ho tempo di occuparmene», replica impassibile. Come non fossero la stella polare che orienta ogni sua singola decisione.

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