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Berlino mostra i muscoli all’Europa e alla Bce “Atene irresponsabile”. E torna lo spettro default

Nein, nein e poi ancora nein. I primi timidi spiragli di ripresa economica nella Ue non hanno ammorbidito la posizione della Germania. Anzi. Berlino è preoccupata dai sorrisi e dall’ottimismo spuntati all’improvviso in quasi tutta l’Europa. E in queste ore, con una sorta di riflesso pavloviano, ha accentuato il suo ruolo ufficiale di “Signornò” del Vecchio continente. Il quantitative easing di Mario Draghi? «Ora è inopportuno — ha sentenziato Jens Weidmann, numero uno della Bundesbank — Rischia di frenare i processi di riforme nei Paesi più deboli». La Grecia? «Ha perso la fiducia del mercato », ha aggiunto, candidandosi in pectore a capofila di quel fronte dei falchi che — irritato dalle mosse del nuovo governo di Atene — inizia seriamente a non escludere l’ipotesi di staccare la spina dei finanziamenti al governo Tsipras.

Il copione è lo stesso che va in onda da cinque anni. Quando è iniziata la crisi dei debiti sovrani, la Germania si è presa sulle spalle l’onere di impersonare — con grande professionalità — il ruolo di vestale del rigore. Attori protagonisti: Weidmann e il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble incaricati di impugnare l’artiglieria pesante e la cancelliera Angela Merkel, impegnata a fare da pontiere in zona Cesarini per ricucire con Draghi e con gli altri partner. Un gioco delle parti, dicono in molti, necessario a Berlino per questione di marketing politico interno (contro l’ascesa dei partiti anti-euro) e dove il confine tra buoni e cattivi è molto più labile di quanto sembri. Un gioco che comunque, a quanto pare, non sembra destinato a finire nemmeno ora che la Ue dà segni di ripresa.
La linea teutonica del rigore assoluto del resto non ha mai ammesso cedimenti. Berlino si è messa di traverso nel 2010 (allora governatore Buba era Axel Weber) all’acquisto della Bce di titoli di stato. Poi ha provato a impallinare i prestiti lowcost alle banche, il fondo salvastati e ora il bazooka di Draghi. Il governatore di Eurotower ha tirato dritto, giocando spesso di sponda con Merkel e isolando i falchi nel consiglio della banca centrale. E alla fine ha avuto ragione: l’euro è ancora intero, gli spread sono ai minimi e il crollo della moneta unica fa da carburante a un rilancio del Pil che potrebbe evitare all’Europa di fare la fine (più di un decennio a crescita zero) del Giappone. Risultati che però, come dimostra la polemica di queste ore, non sono bastati a convincere Weidmann & C. a deporre le armi.
L’altro fronte dove i falchi tedeschi restano sul piede di guerra è quello della Grecia, dove, a dire il vero, hanno portato a casa qualche risultato in più. Il nuovo governo di Alexis Tsipras, va detto, non si è dannato l’anima per farsi amare da Berlino: Schaeuble è stato ritratto dal giornale di Syriza (il partito del premier) in uniforme delle Ss mentre minacciava di fare saponette dei greci ed è stato etichettato dall’arcivescovo Ambrosios come un «complessato che odia tutti quelli che non stanno in sedia a rotelle». La richiesta di risarcimento dei danni per l’invasione nazista fatta da Atene non aiuta certo a rasserenare il clima, così come i programmi di riforme decisamente un po’ vaghi presentati finora da Yanis Varoufakis all’Eurogruppo.
Berlino però — malgrado l’evidente disparità di forze in campo — non ha fatto nulla per svelenire la situazione. Schaeuble si è detto «dispiaciuto per i greci che hanno eletto un governo irresponsabile» e ieri Atene — irritata per presunti “insulti” del ministro a Varoufakis — è arrivata a inviare una nota ufficiale tramite l’ambasciata di Berlino chiedendo spiegazioni. La linea del rigore sul fronte del Partenone ha fatto finora proseliti: l’Eurogruppo (in primis Spagna e Portogallo che temono il successo di Podemos e degli emuli di Syriza alle prossime elezioni) si è allineato all’intransigenza tedesca. Isolando il governo Tsipras e obbligandolo a presentare un nuovo piano di riforme — e d’austerità — in cambio dei prestiti necessari per evitare il default.
Lo scontro al calor bianco tra Germania e Grecia — al di là delle posizioni degli altri paesi dell’euro — rischia però di materializzare davvero il rischio di un “Graccident”, come ha l’ha battezzato la Bild. Cioè di un uscita della Grecia dalla moneta unica legato al cocktail esplosivo delle incomprensioni con Berlino sommate alla crisi di liquidità del paese. Tra le due capitali volano gli stracci: «Non siamo né un protettorato né una Repubblica delle banane», ha detto il viceministro della salute ellenico Dimitris Stratoulis. «Se nessuno dà soldi ad Atene non è certo per colpa della Bce», ha gettato sale nella ferita Weidmann, glissando sul fatto che l’austerity imposta dalla Troika (come provocatoriamente continua a chiamarla Schaeuble) ha aggravato e di molto i serissimi problemi che la Grecia si era confezionata da sola. I toni, alla faccia del nome di Unione europea, restano altissimi. La Bce — con buona pace del numero uno della Bundesbank — ha dato ieri un altro po’ d’ossigeno al governo ellenico aumentando di 600 milioni le linee di emergenza per le banche. E forse alla fine toccherà di nuovo a Merkel — e a Tsipras rimasto per ora prudente spettatore — provare a riportare un po’ di calma prima che la situazione sfugga di mano.
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