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Berlino minaccia ritorsioni al G-20

La guerra delle valute rischia di bruciare sul nascere la fragile ripresa globale e ridurre la competitività dell’industria europea rispetto ad America e Asia. Nella prima giornata del World economic forum, che si apre oggi a Davos con banchieri centrali, 40 capi di stato e di governo e il gotha della finanza e imprenditoria mondiale, la guerra dei cambi rischia di diventare il tema centrale del dibattito che si preannuncia infuocato e riportare il mondo a un fallimentare tentativo di uscire dalla crisi con le svalutazioni competitive.
Se la fragilità finanziaria dell’Eurozona mette meno paura, e i bond europei stanno diventando sempre più attraenti per un mercato tornato a cercare nuove opportunità, la nuova politica del Governo giapponese di Shinzo Abe di alzare il target inflattivo della BoJ al 2% e di inondare di QE il mercato dei bond per svalutare lo yen, sta provocando la minaccia da parte tedesca, attraverso il portavoce del cancelliere Merkel, e quindi europea, di «misure di ritorsione da varare al G-20».
Un monito che non si sentiva da anni e che riecheggia le parole allarmate dell’ex presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker, su un «euro troppo forte». Ieri è stata la volta di Michael Meister, un autorevole esponente dell’Unione cristiano-democratica del cancelliere Merkel, esprimere la sua forte preoccupazione verso Tokio. Prima di Meister aveva tuonato il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, che ha attaccato il Giappone di «falsa comprensione» della politica monetaria in un discorso del 16 gennaio scorso alla Camera dei deputati, dicendo che inonderà di «eccessiva liquidità» i mercati finanziari globali. Anche il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha detto l’altro ieri in un discorso tenuto a Francoforte che Abe rischia di «politicizzare» il tasso di cambio dello yen. «La politica monetaria non può sostituirsi alla ricerca di fondamentali sani», ha detto Weidmann.
La mossa giapponese ha dei precedenti illustri. La prima offensiva di questa “guerra valutaria” iniziò negli Stati Uniti quando la Federal Reserve di Ben Bernanke iniziò a tagliare i tassi e a inondare il mercato con una politica di allentamento quantitativo. La Fed varò tre edizioni di Quantitative easing mantenendo i tassi vicini allo zero, manovre che di fatto indebolirono il dollaro. Mosse che suscitarono nel settembre 2010 le vibrate proteste del ministro delle Finanze brasiliano, Guido Mantega, a nome dei Brics poiché il deprezzamento del dollaro spingeva i capitali a investire verso le economie emergenti le cui monete si apprezzavano facendo perdere competitività nei confronti di Washington. Il Brasile rispose con norme che limitavano gli afflussi di capitale straniero. Ora siamo alla seconda offensiva di quella guerra mai sopita: oggi tocca all’euro, attaccato dalle politiche monetarie di svalutazione competitiva del Giappone.
La Germania, la più grande economia europea, stima che le sue esportazioni siano destinate ad aumentare solo del 2,8% quest’anno dal 4,1% nel 2012. Per questo è decisa a cercare il sostegno del G-20 per convincere il Giappone a smettere di manipolare il tasso di cambio dello yen. Una accusa simile a quella che Washington lancia a Pechino. Preoccupazioni eccessive quelle di Berlino? Non proprio. L’Eurozona ha esportato nel 2011 verso il Giappone 39,359 miliardi di euro contro un import di 52,521 miliardi, mentre esporta verso gli Stati Uniti 199,587 miliardi di euro e ne importa 126,799. Con la Cina la partita è ancora più difficile perché Bruxelles esporta verso Pechino 115,305 miliardi di euro e ne importa ben 217,799. È evidente come un rafforzamento dell’euro possa avere gravi conseguenze su una situazione già squilibrata
E un nuovo fronte rischia di aprirsi anche in Gran Bretagna. Oggi il premier David Cameron dovrebbe annunciare l’impegno a svolgere, entro il 2017, un referendum sulla permanenza di Londra nella Ue.

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