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Berlino frena sull’unione bancaria

A pochi mesi dalla fine della legislatura europea, chiudere le trattative sull’unione bancaria è diventato un drammatico imperativo. Dai 28 capi di Stato e di governo che si riuniranno qui a Bruxelles domani e dopodomani è atteso un indispensabile impulso politico. Nuovamente in campagna elettorale, questa volta in vista delle prossime elezioni europee di maggio, il cancelliere Angela Merkel sembra preoccupato tuttavia di assistere a una surrettizia mutualizzazione dei debiti.
I pilastri dell’unione bancaria
L’unione bancaria si basa sulla vigilanza creditizia affidata alla Banca centrale europea; un meccanismo unico di gestione delle crisi finanziarie; regole certe sulla patrimonializzazione degli istituti di credito e sui salvataggi bancari. Come un grande puzzle, il mosaico è ancora da completare. Gli unici aspetti approvati sono le norme sul capitale delle banche e la vigilanza unica. Gli altri tasselli sono oggetto di negoziato tra Consiglio e Parlamento (come le regole sui salvataggi bancari).
Dal canto loro, i governi stanno negoziando il meccanismo unico di gestione delle crisi bancarie, che dovrà essere associato a un fondo con il quale finanziare le ristrutturazioni bancarie. Sul tavolo non c’è solo il governo dell’organismo incaricato di questo impegno, ma anche l’assetto finanziario del nuovo meccanismo. La Bce effettuerà a breve una analisi precisa dei bilanci bancari e ha chiesto che fossero a disposizione dotazioni finanziarie adeguate per ricapitalizzare le banche in difficoltà.
Chi pagherà per i salvataggi?
Il nodo è se il paracadute debba essere nazionale o europeo. Durante una riunione dei rappresentanti dei Paesi membri, mercoledì scorso qui a Bruxelles, Berlino ha chiesto reti di salvataggio nazionali. Ha anche spiegato che un’intesa sulle regole da applicare ai salvataggi deve essere trovata prima di poter concludere il negoziato sul meccanismo unico di gestione delle crisi finanziarie. Il ragionamento tedesco ha una sua logica; ma significa che tutto l’iter rischia di essere spostato in avanti.
«La discussione è stata accesa, e anche deludente – rivela un rappresentante nazionale -. Molti Paesi hanno criticato l’atteggiamento che è sembrato rinnegare accordi precedenti». La Germania ha ribadito la sua posizione ieri in Lussemburgo dove si sono riuniti i ministri per gli Affari Europei. L’unione bancaria apre la porta a una possibile mutualizzazione dei debiti: se Berlino chiede per le banche paracaduti nazionali e non europei, è anche per evitare questa opzione e diventare l’ufficiale pagatore dell’Unione.
Nell’ultimo canovaccio di conclusioni del vertice di questa settimana, il compromesso parla della necessità di trovare entro fine novembre una intesa su «meccanismi appropriati, che comprendano paracaduti nazionali». La frase è sufficientemente ambigua per consentire il prosieguo delle trattative. «Dietro al concetto di meccanismi appropriati – spiega un diplomatico – c’è la possibilità che il meccanismo europeo di stabilità garantisca la forza finanziaria del nuovo paracadute».
L’aspetto è controverso agli occhi dei tedeschi. Così come è controversa la menzione nelle conclusioni (ancora in fase negoziale) della possibilità di ricapitalizzare direttamente, attraverso l’Esm, le banche in difficoltà. «Capiremo durante il vertice – commenta il diplomatico – quale è la posizione della signora Merkel. Sarà presente il presidente della Bce Mario Draghi. Molti Paesi sperano in lui per convincere la Germania che solo un’unione bancaria seria può spezzare il legame tra bilanci sovrani e bilanci bancari».
Il peso del voto europeo
Il governo federale potrebbe accettare questa formulazione, vuoi perché sufficientemente ambigua, o perché preoccupato esso stesso dello stato di salute delle sue banche, o ancora perché (proprio impossibile?) convinto in extremis della bontà del ragionamento. Sul negoziato di questa settimana e dei prossimi mesi peseranno però le prossime elezioni europee. Alle legislative tedesche di settembre, il partito euroscettico Alternative für Deutschland ha mancato l’ingresso al Bundestag.
A Berlino, però, c’è preoccupazione per il risultato che il movimento potrebbe ottenere al momento del rinnovo del Parlamento europeo. «In un voto che considera meno importante, l’elettore tedesco potrebbe scegliere nelle urne la strada della protesta», notava nei giorni scorsi un osservatore. L’effetto ottico sarebbe pessimo per il cancelliere. Forse è anche per questo che nella riunione di mercoledì scorso l’ambasciatore tedesco ha messo l’accento sulla riforma della zona euro.
Più controlli sulla periferia
Al prossimo vertice di dicembre, i 28 parleranno dell’idea di vincolare le riforme economiche ad accordi contrattuali tra Stato membro e istituzione comunitaria, un tema che intanto è ripreso nel canovaccio di conclusioni del vertice di questa settimana. Der Spiegel ha spiegato sabato che il governo Merkel vuole modificare i Trattati per regolamentare questa nuova iniziativa, e affidare nuovi poteri alla Commissione. I partner della Germania vorranno in cambio nuove forme di solidarietà, come ad esempio un bilancio della zona euro.
Più in generale, c’è da chiedersi perché il cancelliere abbia deciso di chiedere proprio in questa fase un rafforzamento del controllo della periferia da parte del centro, affidando al settimanale il ruolo di megafono. Per avere a portata di mano un elemento di compensazione nel caso il negoziato sull’unione bancaria comporti soluzioni controverse agli occhi dei tedeschi? O anche per rassicurare l’opinione pubblica e smorzare la minaccia dell’AfD, un movimento che sta strappando voti al partito democristiano della signora Merkel?

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