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Berlino: Bce, separazione totale tra vigilanza e politica monetaria

Separazione totale tra la politica monetaria di Mario Draghi e la vigilanza bancaria di Danièle Nouy della Banca centrale europea presieduta dal primo: a favore di questa linea netta si è espressa una mozione approvata ieri in prima lettura dal Bundestag, il ramo più importante del parlamento tedesco. La richiesta è quella di «esaminare la possibilità di conflitti di interesse causati dal doppio ruolo Bce di responsabile da un lato della politica monetaria e dall’altro dei compiti di vigilanza bancaria», per quanto siano già distinti. La mossa, indirizzata al governo Merkel, è sì una «semplice» mozione ma è particolarmente significativa, visto che arriva dal peso massimo dell’economia europea e primo azionista della Bce. Sotto i riflettori della cronaca torna quindi anche Danièle Nouy, favorevole all’ipotesi di porre un limite al possesso di titoli di Stato da parte delle banche nazionali: una proposta che piace alla Germania ma che viene osteggiata dall’Italia.
La mozione tedesca chiede poi un maggior controllo e più trasparenza nelle tre autorità di vigilanza europee: quella sul settore bancario (Eba), sulle compagnie assicurative (Eiopa) e sui mercati finanziari (Esma). Il governo tedesco viene poi invitato ad attivarsi presso la Ue perché «le autorità europee intervengano soltanto entro le competenze a loro assegnate».
A Francoforte, invece, sono stati pubblicati i verbali della riunione di politica monetaria della Bce del 21 gennaio: si è parlato di azioni — anche preventive — contro i rischi globali, è stata chiesta una maggiore chiarezza nella comunicazione (con riferimento alle lettere inviate poche settimane prima ad alcuni istituti dalla Vigilanza Bce) e non è stata esclusa l’opzione di andare oltre il target di inflazione (vicino al 2%) «per un periodo limitato». Si è quindi suggerito che un po’ di eccesso di inflazione potrebbe essere utile all’economia.
La stessa Bce ha poi pubblicato ieri il bilancio 2015, il primo anno delle politiche di «quantitative easing» con tanto di acquisto di titoli di Stato. L’utile netto è salito da 898 milioni di euro nel 2014 a 1,082 miliardi, con gli interessi attivi cresciuti da 2 a 161 milioni e il totale di bilancio passato da 185 a 257 miliardi. Lo stipendio di Draghi è salito da 379 mila a 385 mila euro.

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